12 aprile 2013

GIUSEPPE UNGARETTI, ULTIMI CORI PER LA TERRA PROMESSA.


 
Il Taccuino del Vecchio comprende versi che Ungaretti scrisse tra il 1952 e il 1960. È una prosecuzione della raccolta precedente, La Terra Promessa. Il linguaggio, distaccato ormai da qualunque canovaccio o tessuto narrativo, assume caratteristiche proprie dei frammenti, che riportano al riepilogo totale dell’esperienza della sua vita. Sono ventisette frammenti, o cori, intitolati appunto Ultimi cori per la Terra Promessa.

Qui riporto il coro 4: Itaca è l’isola di Ulisse, l’avventura della vita che non si esaurisce mai; il Sinai è la legge che regola la vita e la morte dell’uomo, racchiuso in un  mistero che l’uomo stesso mai potrà riuscire a chiarire.



4.



Verso meta si fugge:

Chi la conoscerà?



Non d’Itaca si sogna

Smarriti in vario mare,

Ma va la mira al Sinai sopra sabbie

Che novera monotone giornate.



Giuseppe Ungaretti

8 aprile 2013

QUANDO LA PRESENZA SI FA ASSENZA...


Quando la presenza si fa assenza perché la vita impedisce ogni contatto, allora essa preclude al rapporto interpersonale tra i nostri stessi simili, così che s’apre un abissale spazio d’amore interamente vuoto che ansima solo d’essere riempito. Una voragine, un luogo immenso giacché incontenibile è l’amore che potenzialmente l’uomo possiede e può a sua volta condividere con gli altri. Viviamo chiusi nel nostro travaglio, nel dolore profondo del cuore incapace d’aprirsi non perché non voglia, ma solo perché è il mondo esterno a chiudergli ogni varco. Quel varco che s’apra al risveglio delle nostre coscienze dove tutti ritrovarci e sentirci consapevoli che non ci siamo smarriti. È solo una terribile distrazione che fa molto male, un’inquietudine che non trova riparo in questo precario giardino della nostra essenza.

2 aprile 2013

DAVID MARIA TUROLDO, PIÙ DURA È LA NOSTRA VITA…



 
N. 1


Più dura è la nostra vita
della Tua, Signore,
rotta, giocata,
dall’onda di giorni
disumani
sulle macerie di pietre;
(le mie ossa levigate
come le piastre della spiaggia).

 

Eppure non voglio che sia condanna
alle Tue opere
questo mio salmodiare
sconsolato. Tu sei la sorpresa
orrenda, l’insidia
sempre tesa, onde
non è concesso investigare
cosa maturi
ogni notte
il sangue.



Sei il nostro affamatore,
non lasci cogliere i frutti
di questo giardino terrestre,
ove fioriscono rose, musiche, e mani
candide come i lini
dei Tuoi altari; e occhi
più splendenti degli astri.



Feriti, arsi, dilaniati
da queste Tue forme
irraggiungibili;
una ad una
cadute le speranze
sotto l’arco di queste
stagioni inesorabili, lungo
le dolcissime riviere;
mentre è sentita consumarsi
la carne
nell’attesa
di inattuali paci.



La pena è d’aver creduto,
udito un messaggio
necessario,
che promette e non muta
nulla di questa
arrischiata avventura;
speranza che ti lascia
in balìa di una scelta
cieca, di una
vocazione
inevitabile.



E l’anima resta
impigliata nei sensi
come un uccello avvinto,
mentre il pensiero
ferisce la carne
e gli affetti suonano
su queste corde,
anche nell’alto silenzio
delle nostre
notti deserte;
anche se il cuore ormai
ha troppo sofferto l’arsura
di queste insufficienti
fontane; mentre Iddio
ancora non si vede,
non si sente,
è lontano.



A noi è impossibile Cristo.
Abbiamo nell’anima un peso,
la colpa fa nido dentro le ossa.
E però sappiamo
che non ci condanni
se cerchiamo sfamarci
di ciò che Tu stesso hai creato.
Tutto è nostro:
la vita, la morte,
che paghiamo ogni giorno
adorando cose da nulla.



E, dopo tutto, non resta
che la corolla di queste parole
maledette, rosse
di sangue, fiorite
dal rimorso di averle
raccolte; e forse
il gesto libero
della sua pietà.


(Dai “Salmi penitenziali per la Settimana Santa del 1946")


David Maria Turoldo  
(da “O SENSI MIEI… POESIE 1948-1988” – pag. 75)

link correlato:
http://antonio-ragone.blogspot.it/2011/04/david-maria-turoldo-per-il-mattino-di_23.html

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