25 maggio 2011

UNA CONSIDERAZIONE: MA DOVE SI PARLA LA LINGUA ITALIANA?

Che effetto fa agli italiani, incalliti anglofili, venire a conoscenza da fonte attendibile che nelle scuole d’Inghilterra non viene insegnata alcuna lingua straniera? Ormai il mondo parla inglese, una lingua pratica, forse, ma certamente non possiede l’ampio livello culturale delle lingue neolatine come l’italiano, il francese e lo spagnolo. Queste lingue hanno una storia importante, come la lingua greca, hanno civilizzato il mondo; ma oggi il mondo parla inglese, perché è una lingua dinamica ed efficiente, pur senza storia d’antica cultura, ma di vero, eccellenti autori di lingua inglese ci son tanti, e alcuni di essi letteralmente li ammiro: giusto a mo’ d’esempio, ne cito tre, James Joyce, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe. Ma questo è un altro discorso. È che il mondo oggi va di corsa e deve parlare velocemente, senza rischiare d’inciampare su un congiuntivo pur se spesso vedo italiani distesi per terra che hanno inciampato sul congiuntivo. Le lingue neolatine e greca hanno dentro di sé una storia linguistica complessa e complicata, già, lo so, per un inglese studiare l’italiano è come farlo impazzire. In questi ultimi tempi un avvenimento mi ha consolato, ho conosciuto una donna che parlava perfettamente l’italiano, pensando che fosse italiana. Quando ho saputo che è russa, sono rimasto senza parole, anche se la lingua italiana ne ha tante, quanti sinonimi ci vengono in aiuto per evitare le ripetizioni, anche se a me queste non dispiacciono affatto, giacché facilitano la comprensione al lettore; a tal proposito si dia una lettura alla Bibbia, c’è qualcuno che afferma che dal punto di vista letterario sia il miglior libro mai scritto. Dicevo, sì, la ragazza russa, alla mia domanda “come mai parli così bene l’italiano?” ha risposto “l’ho imparata nelle scuole russe”. Allora in Russia viene insegnato l’italiano? Eh, sì, non siamo mica in quel Paese!
Ma dove si parla italiano? Ovviamente su tutto il territorio della Repubblica italiana, compresi i due stati interni, San Marino e la Città del Vaticano, quando non è previsto il latino. È parlato in alcuni cantoni della Svizzera, in Ticino e nei Grigioni, tanto che è una delle lingue ufficiali della Confederazione. L’italiano è parlato, o almeno è facile incontrare qualcuno che lo comprenda, nel Nizzardo e nel Principato di Monaco, in Istria e in alcune località della Dalmazia. È da considerare, poi, anche l’isola di Malta, dove l’italiano fu di casa per secoli, prima di essere soppiantato dall’inglese. Appunto!

(Antonio Ragone)

19 maggio 2011

MONTE SAN LIBERATORE, RITORNO ALLE ANTICHE METE.

La cultura mi riportò a casa. Avvenne pochi anni fa, nel corso d’una rassegna letteraria, mai avrei immaginato che quel viaggio mi avrebbe condotto, anzi riportato, a Cava de’Tirreni, così vicino a Vietri sul mare, il paese dove sono nato. Cava de’Tirreni è una splendida cittadina che, nella parte settentrionale, apre le porte alla costiera amalfitana. In quell’occasione riconobbi, profonda, la presenza di elementi spirituali e culturali, che per anni avevo lasciato sospesi in un percorso umano che si chiama tempo.
Le emozioni, quelle vere, non è semplice trasmetterle se non con la poesia, la cui voce è l’anima intricata e misteriosa, il suo luogo d’ascolto è il silenzio.
Quel visibile silenzio che pure emana dalle verdeggianti colline che circondano questa fertile, vitale conca cittadina, dove sostano deliziosi borghi montani, tutti dominati, dall’alto, dal Monte San Liberatore, che scende fino al mare e incontra Vietri.
In una di quelle sere, vidi la sua croce illuminata in cima, come orgogliosa costellazione, mentre in auto percorrevo la discesa della larga via di Vietri sul mare, già pronta a regalare la fragranza del vicino sale costiero.
Così l’io-fanciullo e l’io-adolescente per la prima volta videro me-adulto uomo, levigato da faticose salite, per poco rinvigorito dagli esclusivi sapori di quegli anni.
Quante passeggiate sotto i portici di corso Italia, con gli amici, noi giovani impazienti, a discorrere di un futuro che era, allora, solo speranza, e oggi conquistato pagandolo con i soldi della nostalgia.
Sono i momenti che la vita costruisce a nostra insaputa, quasi di nascosto, per timore che ne venissimo a conoscenza prima dell’avvento, sono occasioni per conoscere nuovi amici che vivono in quello stesso luogo chiamato Cultura, senza incontrarsi mai, se non forse urtarsi mentre, distratti nei propri pensieri, passeggiano a sera sotto gli illuminati portici di una cittadina, costruita attorno al borgo Scacciaventi.
Ed è raro quando la vita ancora mi meraviglia.

È conquista di vita
l’antica meta.

Sono un inconsapevole
marinaio.

(Antonio Ragone)

13 maggio 2011

LA TEMATICA DELLE OPERE DI SERGIO ENDRIGO, PER NON DIMENTICARE I POETI.


Sergio Endrigo nacque a Pola il 15 giugno 1933 ed è morto a Roma il 7 settembre 2005.

Per me, proprio in qualità del fatto che da sempre ho studiato, amato e praticato la letteratura, credo sia del tutto naturale e consequenziale che mi sia interessato, nel corso della vita, della canzone d’autore. Già ritengo il termine “canzone” del tutto improprio quando lo accostiamo a personaggi come Sergio Endrigo, anche perché quel termine, col passar degli anni ha assunto sempre più una forma riduttiva. Io, per mia formazione personale e culturale, sento sempre la necessità nell’ascoltare e leggere di avvertire sensazioni che m’entrino nell’anima, che mi facciano riflettere, che siano spunto di riflessione per meglio comprendere la vastità enigmatica dei meandri umani, i sentimenti che spesso si accavallano e c’inquietano. E il materiale umano che Sergio ha profuso nelle sue poesie è ampio come l’arco d’un mare in burrasca, i suoi versi si ascoltano e non possono fare a meno di turbarci, di porci davanti a mille domande disattese da sempre. Questo è il compito principale dell’artista, scrutare i sentimenti senza dare risposte, giacché non questo spetta al poeta, ma forse alla speculazione filosofica. Sergio ha affrontato tutte le tematiche della vita, la nostalgia per la sua terra abbandonata, l’amore pagato come atto che tutto si paga in questo mondo, dove chi prende è il più forte e chi dona è il più debole; la malinconia e la rabbia di quanti sono costretti ad abbandonare il loro luogo di origine e andare in esilio altrove, per guadagnare il “caldo pane” in cambio d’una casa per due amori. Molto ci sarebbe da scrivere sull’attività letteraria di Sergio, preferisco fermarmi qui e lasciare il posto a quelle stupende parole che ci ha lasciato quasi come testamento spirituale “altre emozioni verranno”, oltre la fine, oltre noi, oltre tutto il mondo, scorgendo in queste sublimi parole uno sguardo che va, nonostante l’apparenza, oltre la vita per proseguire in tanti altri luoghi, compreso il cuore dei tanti rimasti, ai quali abbiamo saputo lasciare qualcosa di tangibile, forte e costruttivo. Per non dimenticare, quindi, Sergio Endrigo, perché è un poeta e i poeti non vanno mai via.

Antonio Ragone
 
ALTRE EMOZIONI
E siamo arrivati fin qui
Un po’ stanchi e affamati di poesia
Le mani piene di amore
Che non vuole andare via
Abbiamo vissuto e fatto figli
Piantato alberi e bandiere
Cantato mille e più canzoni
Forse belle forse inutili
Altre emozioni verranno
Te lo prometto amica mia
 
E siamo arrivati fin qui
A cantare per chi vuol sentire
Abbiamo vissuto all’ombra
Di troppe false promesse
Oggi è tempo di pensare
Oggi è tempo di cambiare
E ancora cerchiamo e camminiamo
Sognando negli occhi
Di donne e uomini
Altre emozioni verranno
Te lo prometto amica mia
 
Abbiamo attraversato i deserti dell’anima
I mari grigi e calmi della solitudine
Abbiamo scommesso sul futuro
Abbiamo vinto e perso con filosofia
Altre emozioni verranno
Amica mia
 
E sono arrivato fin qui
Con questa faccia da naufrago salvato
E questo svelto andare
Da zingaro felice
Valige piene di speranza
Amici persi e ritrovati
Qualche rimorso e pentimento
Senza rimpianti e nostalgia
Altre emozioni verranno
Te lo prometto amica mia
 
Abbiamo attraversato i deserti dell’anima
I mari grigi e calmi della solitudine
Abbiamo scommesso sul futuro
Abbiamo vinto e perso con filosofia
Altre emozioni verranno
Amica mia
 
Altre primavere verranno
Non di sole foglie e fiori
Ma una stagione fresca
Di pensieri nuovi
Altre emozioni verranno
Te lo prometto amica mia
Sergio Endrigo
www.sergioendrigo.it
Stupenda questa lettura del testo con la suggestiva voce di Nando Gazzolo:
http://www.youtube.com/watch?v=dvzbY30uqxo&feature=player_embedded#at=61 

10 maggio 2011

ANGIOLETTA FACCINI: SE GUARDO OLTRE.




Buongiorno Antonio,

vorrei sottoporti questa mia, fresca di ieri sera…

Mare o monti, la propria terra d'origine non ci lascia mai, e rivedere i
luoghi dove si è trascorso un tempo pare faccia riemergere sensazioni assopite
dal tempo!

Ti ringrazio ancora e t'auguro una serena e gioiosa giornata.

angio




Se guardo oltre

Se guardo oltre questo presente
se guardo oltre l’alba
oltre il tramonto
oltre l’imbrunire
m’accorgo d’una nuvola solitaria
intravedo una nuvola quieta, mesta
davvero solitaria
Se guardo oltre questi  fronti
vedo il mio velo che si cela
Vedo la mia ombra nascondersi
la solitudine m’è fedele e d’appresso
l’amicizia
è dispersa da tempo
nei meandri della consapevolezza.
E resta l’amore  antico
del compagno gaio ed  ilare
afferrato nella morsa dell’ ostilità dei folli


09/05/2011

Angioletta Faccini

3 maggio 2011

UN RITORNO NEI LUOGHI DEL MIO TEMPO.

È un paio di anni che non rivedo i miei luoghi, quando vi farò ritorno - lo desidero al più presto - andrò alla mia vecchia casa paterna che ora non c’è più, un grande e lussuoso albergo s’erge da anni al suo posto su quella solida roccia calcarea che scende fino al mare. Quante volte l’ho percorsa! Starò li fermo per un tempo indefinito - sempre indefinito e insensibile è il suo scorrere - chi può contarlo? Forse vedrò al vento ondeggiare le foglie degli alberi del fico e del limone, il vecchio melograno coi suoi frutti rossi. Avrò racchiuse nelle mie mani le ghiande raccolte ai piedi delle querce. Resterò a fissare il mare, il mare di quel tempo, anch’egli trascorre la sua vita e so che nella lunga attesa non è più lo stesso. Vedrò nella casa i vecchi oggetti, le stanze e i loro silenzi che lasciammo incustoditi quel giorno che andammo via. Tutto mi condurrà in un viaggio a ritroso nel tempo attraverso paesaggi e persone, vive rimembranze di storie e di sguardi. Mia madre, volto triste di donna costiera, introversa e taciturna, ci raccontava con scarne parole fatti lontani accaduti nella sua infanzia, i suoi racconti avevano quasi sempre come protagoniste figure femminili della sua terra rivissute poi nella nostra vita, divenute così creature indimenticabili. Tutti i suoi ricordi introducevano i suoi figli in un universo colmo di mistero, donna capace di donarsi e amare in silenzio, e in silenzio sopportare le preoccupazioni per il nostro futuro. Ho sempre pensato, che nonostante la sua apparente fragilità, era una donna coraggiosa e determinata, protetta nel cerchio dei veri valori della vita. Ogni volta che mi sento sfiancato e scoraggiato, è così dolce avere la consapevolezza che questi ricordi ancora esistono, vivono per sostenerci, per aiutarci in silenzio a cancellare la stanchezza dell'anima.


TEMPO INSENSIBILE

Trascorre il mare intanto e odo
il cruento fragore delle romite
onde infrangersi sugli insensibili scogli
e solversi in schiumosa vacuità di vento.

Che di mire lucenti nei tempi
dell’attesa, l’orizzonte così
vivo, vicino, raggiungibile,
appariva pregno.

Antonio Ragone (Da “L’isola nascosta” Edizioni Akkuaria 2007)

1 maggio 2011

SERGIO QUINZIO, TEOLOGO DEL TORMENTO E DELLA SPERANZA.

Sono trascorsi poco più di cinque anni dalla scomparsa di quel grande intellettuale cattolico, teologo ed esegeta, definito un po’ fuori dal coro, che fu Sergio Quinzio, nato ad Alassio, in provincia di Savona, il  5 maggio 1927 e morto a Roma il 22 marzo 1996. È stato autore di numerosi saggi teologici, tra gli altri, Diario profetico, 1958; Religione e futuro,1962; Un Commento alla Bibbia, 1972; La fede sepolta, 1978; Dalla gola del leone, 1980; Il silenzio di Dio, 1982; La croce e il nulla, 1984; Radici ebraiche del moderno, 1991; La sconfitta di Dio, 1993; Mysterium iniquitatis, 1995  L'esilio e la gloria, scritti inediti (1969-1996), 1998 postumo. Proprio quest’ultimo libro, una raccolta di lettere inedite, stampata da Gianni Scalia come quaderno della rivista “In forma di parole” e curata dalla vedova Anna Giannatiempo, ripropone tutti i temi a lui più cari, trattati nella sua produzione saggistica, dove, più ancora che nei saggi, Quinzio si espone in modo diretto evidenziando ancor più la sua religiosità tormentata, di letterato cattolico fuori dal coro, spesso incompreso da alcuni settori ecclesiastici, disturbati nella loro fede abitudinaria. Per Quinzio, la fede non è consolazione, ma sofferenza, non procura pace, ma tormento, consumato nella speranza che perdura malgrado il male e l’ostinato silenzio di Dio. Così scrive in una lettera alla moglie nel 1975: “ a ottenerci la salvezza sarà il nostro essere partecipi del grido di Gesù sulla croce, nel quale l’invocazione della speranza è una cosa sola con l’orrore del dolore: mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”.

Sergio Quinzio scrisse alcune poesie che poi donò all’amico Salvatore Gallo. Sua moglie ha scritto: “Sergio non dava importanza a quelle poesie, se non come testimonianza giovanile di un mondo per sempre perduto: l’unico dove aveva vissuto anni veramente felici”. Le ha sempre considerate cose minori, ma in realtà non sono per niente trascurabili nei confronti delle sue opere più importanti, in talune parti gettano un fascio di luce sulla complessità del suo pensiero di intellettuale. Le poesie sono state pubblicate, a cura di Giorgio Calcagno, nel 2002, presso Nino Aragno Editore, con il titolo “La croce e il mare”.


VIII

Lontano è ormai il mare amico e
quasi più non ne odo il melode sciacquio
e non vedo il corruscare dell’onde
di tra i cupi pini contorti.
Ma ora vedo fra le chiome del bosco
più candida la spuma dei flutti
brillare chiassosa fra le pietruzze
e le conchiglie di perla che corrono col risucchio.
Belli come onde che si frangono
sono i molli ciuffi d’aree fronde.
E il cinguettio folto dei cespugli
conforto al mormorar dei flutti
sì che più dolce nasce il ricordo.


XI

… Il mare è viola di freddo
sotto il livido cielo.
Le onde del mare
vengono agli scogli a cantare
la loro fine più lieta della nostra.
Il turbine solleva gli spruzzi
e li getta li piomba tra i flutti.
Il sole dietro le nuvole
è una lanterna pallida e smorta.
Tra poco
tramonta.


LIII

Sempre vieni a me o mare
poi ch’è ancora in te il ricordo
del mio corpo in te fanciullo
e del mio cuore felice.

Sergio Quinzio
(Da “La croce e il mare” Nino Aragno Editore 2002)

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