22 febbraio 2011

IL VELIERO IN ATTESA SUL MARE DELLA VITA.

Cercavo sperando di trovare, ma forse non ho trovato alcuna soluzione dei problemi posti all’attenzione dei sentimenti. Credevo nella vita come in una speciale conservazione del mio animo, puro come nato, delicato fiore. Poi reciso dalle evidenze delle attese - le attese, il peggiore dei mali - quella più grande, l’essenza della vita, il disinganno riscontrato davanti a tante porte chiuse, oh, la vita ne ha tante! E non basta la maturità degli anni passati come macigni sulle nostre spalle e la ragione per aiutarci a definire la composizione d’un cerchio che non torna. Che non sia la morte!
Il tempo è luogo di mistero, aleatorio e ingannevole, implacabile nemico d’ogni creatura, incerto e rischioso come una fiera selvatica e crudele che fa finta di dormire. Il suo scorrere non lo percepiamo, esso resta in agguato tra le maglie intricate della vita, c’inganna, sembra non passare mai; ma quando ci rivolgiamo indietro scorgiamo che altro tempo, lento e tempestivo, è passato come indifferente battito d’ali. La vita fin qui vissuta sembra solo aver dato amori trascurati forse per troppa buona viltà, una difesa per riscaldare la nostra malinconia contro il gelo notturno. C’è tanto freddo che s’avverte nell’avanzare degli anni e del fluire del tempo, la vita non è che un insieme di ceneri che si dissolvono al vento, ma resta lo scorrere perenne del fiume. C’è amarezza, delusione e sconforto. Ma non è forse questa la vita che ci pone spesso di fronte alla cattiveria umana? La vita va vissuta, non sopravvissuta. Ma sempre costretti ci troviamo ogni giorno a sopravvivere, contando intorno a noi una miriade d’assenze. Sulle pacate onde d’un notturno mare attende il veliero che ci porti alla ricerca della nostra isola nascosta. Viaggiare, non fermarsi, un fiume non si ferma mai, nemmeno di fronte alle rocce dei monti, scivola via verso il fondersi col mare in un appagato amplesso d’amore.
Antonio Ragone

20 febbraio 2011

ANGIOLETTA FACCINI: IL PERDONO.


Caro Antonio, ti sottopongo questa mia poesia.

Che dire della tua "Assenza"? siamo davvero animi ultrasensibili!
l'impercettibile a noi è percettibile a volte!

Angio

Cara Angio, la tua è una bella poesia scritta con delicate parole che vengono dal cuore,
l’ho apprezzata, molto.
Antonio




Il perdono

Non risvegliare sensazioni sommerse dalla polvere del tempo
non scuotere la mia natura battagliera

So che  ti manco

Ma la creatura che a nostro tempo avevamo concepito
forse ci ha lasciato un messaggio d’amore
il compito della continuazione e il perdono

È  giunto il tempo d’accordarci
il perdono
questo perdono che da tempo trascinavamo
come un cencio

Segui dunque il percorso che ti si è presentato dinanzi
segui il percorso e ascoltalo
ascolta questa Vita che s’è
rivelata a noi in questo Tempo
per esser compresa

La mia solitudine
non è più vuota
ho il tuo perdono
l’affanno che t’arrecano le tribolazioni
si fa lieve
hai il mio perdono

Ma non scuotere la mia natura battagliera

21 novembre 2007

Angioletta Faccini

19 febbraio 2011

RISPOSTA PER "ANONIMO": "MI DATE LA VERSIONE IN PROSA -PARAFRASI- DE 'LA DANZA DELLA NEVE' DI ADA NEGRI?".

LA DANZA DELLA NEVE

Sui campi e su le strade,
silenziosa e lieve,
volteggiando, la neve
cade.

Danza la falda bianca
ne l'ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
stanca.

In mille immote forme,
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini,
dorme.

Tutto d'intorno è pace;
chiuso in oblìo profondo,
indifferente il mondo
tace.

Ada Negri (su questo blog in data 12 gennaio 2010)

La ringrazio per la visita.
Se ho ben capito lei per “versione in prosa” intende una parafrasi, una spiegazione letterale della poesia scritta in prosa. Ne ho redatte due, veda quale delle due faccia al suo caso. 



LA DANZA DELLA NEVE


1) La neve cade sui campi e sulle strade silenziosa e dolcemente, quasi danzante. I larghi strati di neve volteggiano quasi scherzando nel cielo immenso. Poi la neve si posa sul terreno, stanca. La neve si è fermata, immobile, in mille forme diverse, quasi dormisse, sui tetti, sui camini, su colonne e sui giardini. La vista del paesaggio nevoso dà un senso di pace; gli uomini del mondo, chiusi in un profondo silenzio, tacciono indifferenti.


2) Nevica: le falde bianche scendono lievi, volteggiando come per un gioco, quasi desiderose d’indugiarsi nell’aria prima di posarsi stanche a terra. I tetti, i comignoli, le colonnine lungo le strade e i giardini ammantati di bianco dormono in una immobilità profonda. Tutto è pace intorno. Il mondo nella sua indifferenza sembra che abbia dimenticato di esistere nel silenzio in cui improvvisamente si è spenta ogni voce, ogni rumore, ignorando l’incantesimo operato dalla natura.


Antonio Ragone

13 febbraio 2011

ANTONIO RAGONE: L'ASSENZA.

La vita e l'esperienze di lei - quasi sempre sofferte - vengono vissute e assimilate nella nostra più intima essenza, sono linfa vitale per il nostro cammino. La mente osserva e annota tutto sul taccuino d’una condizione vivente presente che inevitabilmente diverrà il nostro Passato, pur avendo sviluppato la capacità di cogliere ed elaborare la dimensione di tante Assenze da cui hanno origine la nostra vita pensante, quella presente e futura.

(Antonio Ragone)


L’ASSENZA

Lo incontrai per una strada di fango
- il buio nascondeva il suo volto e non lo riconobbi -
erano già tutti dentro, seduti accanto
ad un boccale di vino. Mancavo solo io,
io, io fui l’ultimo a giungere al casale dei pescatori.
M’attendevano da tanti anni, e quando
entrai era già tutto finito, quelli già tutti
erano andati via. O non erano mai giunti?
Nessuna macchia di rosso vino sulla tovaglia c’era,
che sempre scorre nel berlo. Uscii.
L’uomo che fuori al buio non riconobbi
non lo conobbi mai, solo perché
semplicemente non era mai esistito.
Percepivo l’odore della nebbia nel respiro,
nessun lampione pur fioco illuminava la fanghiglia.
Ero solo, e se qualcuno avessi mai incontrato,
saremmo stati - io e lui - ancor più soli.
Vagando, vagando, pervenni alfine al porto?
Questo, questo, solo per la salsedine nell’aria?
Non seppi mai se anch’esso fosse mai esistito,
il mare, intendo, così immenso
per essere davvero mai esistito.
Quella notte, una buona volta, niveo da secoli,
intesi che nulla era tangibile,
perché nulla è ciò che in verità aneliamo.
Nella nebbia e nell’odore del mare,
che da sempre per me solo m’ero inventato,
all’improvviso pensai di rivedere
l’uomo nascosto nel buio.
Fu un attimo, poi disparve, perché non c’era.
Naturalmente perché non c’ero anch’io.

Antonio Ragone (Da" L'isola nascosta" Edizioni Akkuaria 2007)

7 febbraio 2011

RIFLESSIONI SUL SENTIERO INNEVATO.



Sono stato tra i monti ancora innevati, alla ricerca di me stesso, ho percorso sentieri muschiosi bruciati dal gelo tra dormienti pini, qua e là pozzanghere sciolte simili a stagni, arbusti spinosi  e rami spezzati sotto il peso della neve. In alto i falchi facevano il loro volo sottile e fugace, i merli volavano bassi, zirlando s’allontanavano al mio lento procedere. Com’era lontana la cattiveria del mondo e come profonde le preoccupazioni che recavo meco. La mia inquietudine era però più leggera, il silenzio mi confortava un poco. Il silenzio, oh, il silenzio quante voci s’ascoltano quando c’è il silenzio. E tutto aveva un senso, anche il rumore del mio calpestìo sulle foglie secche. Il cielo era grigio e mondo come l’acqua del mare quando lo sferza il maestrale, lo ripulisce con la sua risacca ridonandogli almeno un poco del suo lucore invernale. Ho guardato questo cielo bello e gelido con la mia malinconia tempestosa sfiorando gli occhi di Dio.
Antonio Ragone

1 febbraio 2011

MARINO MORETTI: BREVI PARAFRASI “IL RICORDO PIÙ LONTANO, “LE PRIME TRISTEZZE”, DALLA RACCOLTA “POESIE SCRITTE COL LAPIS”.

Marino Moretti nacque a Cesenatico, in provincia di Forlì, il 18 luglio 1885 e morì nella stessa città il 6 luglio 1979. Quello di Marino Moretti è un viaggio autonomo e inconfondibile  nel Novecento letterario itliano. Nel 1905 uscì il suo primo libro, Fraternità; da quel momento, la sua fedeltà alla letteratura non conobbe interruzione. Partecipò alla prima guerra mondiale nei servizi della Croce Rossa. Nel 1952 ebbe il premio dei Lincei. La sua voluminosa opera letteraria è concentrata sulla ricerca della propria identità, la consapevolezza del non sapere, la pena del vivere in un grigiore senza conforto; il suo rifugio è il ricordo, l’amore per la letteratura, gli antichi oggetti, la casa d’un tempo, i giorni passati, la presente età. Al declinare della sua vita, egli, lucido vecchio, ancora si ripete la domanda “chi sono?”, un uomo che ha scavato e scava nella sua pena, facendone motivo di vita e occasione di poesia.
“Piove. È mercoledì. Sono a Cesena” -  “Chinar la testa che vale / se la vita è sempre uguale?” - “La tristezza è il mio pane e la mia piada”. È questa la sua lezione morale, versi malinconici, sì, ma, anche al di là dei più amari contrasti, rivelano in ogni caso, seppure in una maniera peculiarmente autoironica, un’accettazione del vivere. Le sue poesie sono fortemente interrogative sulla condizione dell’uomo (Che vale?, Chi sei, chi sono?, Dove sei?); le risposte sono quelle di rito: la tristezza, l’indifferenza, la solitudine e il colore plumbeo della vita, che si ritrova anche nella figura del “lapis” utilizzato metaforicamente come mezzo di scrittura delle sue poesie.
Di questo grande letterato del Novecento propongo due poesie: Il ricordo più lontano e Le prime tristezze, tratte proprio da una delle sue tante raccolte di versi, Poesie scritte col lapis.
Le Poesie scritte col lapis, raccolta di poesia pubblicata nel 1910, quando l’autore aveva venticinque anni, presenta un  tono dimesso fatto d’immagini senza contorni e una commozione che sfuma spesso nell’autoironia. Il secolo da poco nato, infatti, andava registrando le sue prime crisi di valori; crisi che Marino Moretti ha espresso limpidamente in questa sua opera che, ancora oggi, a terzo millennio appena avviato, dimostra di avere sfidato vittoriosamente i tempi e le  mode.


IL RICORDO PIÙ LONTANO


Motivo fondamentale: la madre, che si ritroverà in pagine memorialistiche tra le sue migliori, Il romanzo della mamma, Mia madre, Il tempo felice; qui immerso in un inquietante luogo prenatale in cui, nella matrice carnale, s’identifica l’idillio e la felicità, che poi la vita fatalmente distrugge.


Forse io ricordo un dolce tempo ch'ero
tutto tuo, del tuo corpo e del tuo cuore,
quando non era in te, vivo pensiero
che non fosse di mia vita un bagliore.

Forse io sentivo ciò che tu sentivi
tacito nel mio chiuso nascondiglio;
qualche barlume mi giungea dei vivi
sogni che tu sognavi per tuo figlio:

qualche sussulto ti scotea fors'anche
ch'era per la tua carne un brividìo,
lo smarrimento delle membra stanche
e un improvviso monito di Dio.

Pensandomi, sognandomi, tu davi
al mio viso la sua fisionomia,
ed io sentivo i tuoi segni soavi
che s'imprimevan nella carne mia.

Sentivo il cuore tuo: gli ero vicino
più che al mio cuore che ora inganno o cullo,
ed era  così garrulo e piccino
che avrei potuto farmene un trastullo.

Io mi formavo senza il mio selvaggio
impeto, non sapendo esser l'ignoto
atteso che facea lento viaggio
per giungere alla sua meta nel vuoto;

io mi formavo senza una parola
della mia stessa arcana volontà,
ero come la docile bestiola
che nulla teme e nulla cerca e sa.

Ero felice forse: la mia vita
era il riflesso della tua: ma quanto
era più dolce e quasi indefinita
per la soavità di quell'incanto.

Ma un giorno uscii dal tuo sangue: m'arresi.
Fui cuor che piange, carne che dolora.
Troppo ero vecchio, avevo troppi mesi
per viver quella calda vita ancora.
 

LE PRIME TRISTEZZE
 

“No, oggi non ci voglio andare!” così decide il ragazzo. E marina la scuola. Ma non può fare a meno di pensare alla sua classe, ai suoi compagni. Tutto ha un sapore amaro, anche un piccolo sogno personale, è già presente l’ansia del pentimento che a poco a poco si fa strada nel suo animo. Non ci sono vere gioie, solo domande con le stesse non-risposte.


Ero un fanciullo, andavo a scuola, e un giorno
dico a me stesso: «Non ci voglio andare»
e non andai. Mi misi a passeggiare
solo soletto fino a mezzogiorno.

E così spesso. A scuola non andai
che qualche volta da quel triste giorno.
Io passeggiavo fino a mezzogiorno
e l'ore... l'ore non passavan mai.

Così il rimorso teneva il mio cuore
in quella triste libertà perduto,
e qual ansia, mio Dio, d'esser veduto
dal signor Monti, dal signor dottore!

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all'appello (oh il nome, il nome
mio nel silenzio) e mi sentivo come
proteso su l'abisso dell'ignoto.

E mi spingevo fin verso i giardini
od ai vïali fuori di città;
e mi chiedevo: «Adesso, chi sarà
interrogato, Poggi o Poggiolini?».

O fra me ripetevo qualche brano
di storia (Berengario, Carlo Magno,
Rosmunda) ed era la mia voce un lagno
ritmico, un suono quasi non umano.

E quante volte domandai
l'ora a un passante frettoloso ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!
Ma l'ore... l'ore non passavan mai.

Chi mi darà, chi mi darà quell'ore
così perdute dell'infanzia mia?
Non tu, non tu che tanta nostalgia
e tanto affanno mi ridesti in cuore,

non tu, non tu che la tua fronte chini
per tacermi una lacrima o il pensiero
ch'è su la soglia del tuo ciglio nero
e nemmen Poggi e nemmen Poggiolini.



(Marino Moretti, da Poesie scritte col lapis, Napoli, Ricciardi, 1910)

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