28 gennaio 2011

ANGIOLETTA FACCINI: USCIRE, ANDARE.






Uscire, andare

Uscire e andare
andare, andare dove i passi
seguono altri passi

Andar via e andare
lontano
dove non v’è memoria nel Tempo
dove non v’è memoria Testimone
di quest’Evo
di questa sofferenza
Andare lontano e fermarmi
ai piedi d’una quercia od una palma
far riposare le mie membra
e tenere fra le mani la memoria
scrutarla, osservarla e spogliarla
contemplarla e smascherarla  poi
fino alla sua essenza!

E vedere dunque il suo volto!
e far l'inchino ad essa

È follia?


22 gennaio 2011

Angioletta Faccini

26 gennaio 2011

ANTONIO RAGONE: CLOCHARD (INEDITA).






CLOCHARD (inedita)

“Lascio tutto
Troppo stanche
Le mie spalle   
Brutti concetti
Teoremi folli
Affanno pesante

Lascio la mia dimora amara
Né tetto e né calore
Né donne…”

Così pensò il clochard
Quando la vita gli morì nel cuore
E intera la ingoiò per non strozzarsi

Il clochard
Che ora il giorno annaspa
Nei bidoni della spazzatura
E dorme la notte sul suo letto
di cartone alla stazione termini

Folla che va e corre senza fermarsi
La prende larga a non sentir la puzza
Padroni su di lui di bassa stirpe

Giammai un pellegrino a casa sua
La solitudine la scelse e ora l’ama
Per sentirsi finalmente libero
Di non essere libero

© Antonio Ragone

22 gennaio 2011

ANGIOLETTA FACCINI: VIAGGIO NEL CUORE DIPINTO DI MILLE COLORI.


La poesia è in tutte le cose, in specie nel cuore dipinto d'un alternasi di sentimenti.



A Rosy

Rosy, era una ragazza che ha avuto mio figlio con la quale ha convissuto parecchio e che per me era ... una figlia! 
 
Lasciati prendere per mano
come fa una figlia
e vieni a trascorrere un tempo
nella dimora d’ogni Natura Divina
nell’Olimpo è la mia dimora
e chiederò ti venga dato in dono
ciò che il tuo animo desidera
rifugio in ogni mio Fratello troverai
ti condurrò
al cospetto degli Dei
invocherò con cuore di madre che raggi d’argento
inondino il tuo essere
nei palmi delle tue mani si posi lo spazio illimitato dell'immensità
dai mille sapori e colori
da infiniti doni e virtù
nel tuo cuore si versi il sacro fluido dell’Eternità

20 giugno 2006


Ti faccio un ritratto

"Ti faccio un ritratto" è nata in una maniera... così! proprio così! stavo scrivendo una mail a questa signora, ex carissima collega ed amica, nonché una bella persona, che poi è ad essa che devo il mio essermi buttata a far leggere le mie poesie ed a partecipare a qualche concorso letterario.

Prenderò il tuo sorriso e i tuoi pensieri
li abbozzerò sulla tela  e
aggiungerò i colori della vita

prenderò l’argento e lo modellerò
gli darò la forma della tua immagine
e lo renderò vivo

dinanzi alla tela 
dinanzi alla scultura
nell’aura argentea ti vedrai

bella e immortale

10 luglio 2006


Vorrei essere


 "Vorrei essere" come si capisce ... dedicata a me! al mio perenne peregrinare in questa Vita.

Vorrei esser un musicista 
e dar lieve voce alla malinconia
alla tristezza, al sapore della sconfitta.

Vorrei esser un pittore e
saper dare i colori e sfumature
a tutto questo.
Ma so solo scrivere discretamente
e non trovo né colori
né sfumature
per quest’amaro da ingoiare

… ecco perché esistono
le stelle
sovrane d’ogni umore!

10 dicembre 2010

©  Angioletta Faccini

16 gennaio 2011

IL POETA SI DENUDA AL MONDO.

Il poeta mette in versi la propria sensibilità, si denuda al mondo, ed ogni parola si colora dell’intima questione tematizzata. Vi sono momenti che l’autore del testo fa così sentire, in un crescendo di parole cromatiche, tutto il dolore e le sue voci sofferenti e agitate: in tale contesto quel che egli scrive non è più un fattore individuale, bensì fortemente universale. Nulla è casuale in poesia, i suoni, il ritmo dei versi collaborano sempre alla definizione del significato. Il poeta, quando compone una poesia, è sempre solo con se stesso, e sempre in solitudine potrebbe in seguito decidere di modificare la sua opera. Ecco perché io ho sempre sostenuto e sosterrò che nessun suggerimento è ammesso in poesia, se non commenti, positivi o negativi che siano.

All’alba di ieri ho scritto sulla mia agenda:

Perché già s’è rifatto giorno?
Ancora soffrire alla luce del giorno?
Voglio bere la mia sofferenza
nel nascondimento silenzioso della notte.
Sento sempre vicino la morte
pronta a vincermi, e allo stesso istante
sento la vita che qui mi trattiene,
troppo pesante s’è fatto il fardello.
Vita, lascia che morte faccia la mia pace.

Antonio Ragone

7 gennaio 2011

DUE POESIE SUL PRIMO MESE DELL’ANNO, GENNAIO: DI RENZO PEZZANI E ALESSANDRO PARRONCHI.


GENNAIO

Cerchi il fuoco e porti in dosso
umor nero, vento e gelo;
col tuo sguardo incanti il fosso,
col tuo fiato appanni il cielo.
Per il freddo che tu porti
prati e boschi sembran morti,
ma di sotto la tua neve
vita nuova il grano beve.

Renzo Pezzani



GENNAIO

Fiochi albori rasentano la strada,
rigido è il biancospino ai tetti ameni
delle ville deserte, un'eco solo
della lor vita rompono i latrati
la pace della notte: ecco, una lampada,
che nessuno ha sospeso, arde, scintilla
a un ignoto balcone.
E dai palazzi strascica nel lume
di luna una lontana
brigata, un soffio di scirocco porta
rumore di fontane
da una valle scoscesa tra gli ulivi.
Frammenti di bei giorni illuminati
e di prati portati via dal vento
risorgono indecisi. Sarà giorno...
Altre luci più rosa già al crepuscolo
son prossime, a me care
anime nel fruscio
degli alberi sorridono in segreto.

Alessandro Parronchi


(Renzo Pezzani e Alessandro Parronchi, due grandi poeti del  Novecento, due modi differenti e sublimi di far poesia: vorrò approfondire entrambi nei prossimi post).

1 gennaio 2011

ANTONIO RAGONE: FINALE D’ANNO 2010.

 


È questo un periodo di freddo intenso. C’è stata la nevicata di pochi giorni fa, il gelo, le piogge scroscianti e gli impetuosi venti. La festa del Natale. Un nuovo numero sul calendario.
I pensieri scuotono l’animo e allora può venir fuori una poesia.
Allora può capitare anche di cogliere un segno di speranza che raramente, lo ammetto, è presente nelle mie poesie.
Ma, lo so benissimo, la speranza è l'unico sentimento essenziale, mai perderla!
Queste festività, così dolci e inclini alla nostalgia, sono come scadenza per far i conti della nostra vita, stendere una partita doppia, dare e avere, profitti e perdite.
È così, la neve e il gelo di questi giorni ci portano il profumo del tempo, i ricordi familiari, degli amici degli anni primi. Il mio mare, silenzioso e gelido, ci teneva compagnia.
Da anni io vivo altrove, il tempo avanza, e ho capito che non c’è nulla di più “replicato” del mondo che gira sempre su se stesso, le quattro stagioni ci fanno riflettere e fanno dell’universo il magnifico pittore.
Nell’universo  forse nulla muta se non i nostri sentimenti, il nostro sentirci mai uguali di fronte al mutamento delle stagioni, di questa neve di oggi e dei fiori sui campi di domani.
In  fondo gli anni non sono che numeri che gli uomini si son dati per organizzare l’esistenza, si tratta solo di un proseguimento.
Ma sono numeri “pesanti” che segnano il nostro tempo, quel poco che basta per riflettere sui nostri dolori e le effimere gioie. È il mondo che ogni volta ci ripropone i suoi giri, ed ogni volta i nostri sentimenti hanno atteggiamenti diversi nei confronti di questo replicarsi.
È la decorazione musiva dell’esistenza.



FINALE D’ANNO 2010

La voce delle piogge non è mutata
mentre un anno si perde fra le nebbie
d’un persistente passionale inverno.

Il soffio di questa prima neve è gelo
che smorza le parole già nel cuore,
abbandona prati e alberi come muti armenti,
schegge di pallore stremano gli occhi.

Meglio dischiudere lo sguardo senza meraviglia
un altro Natale è passato, è solo nostalgia,
mentre già s’aprono nei miei pensieri,  
le porte d’un anno, un nuovo numero a venire.

E mi domando se codesto gemito potente e silenzioso
potrà mai essere acqua viva per una nuova primavera.

 29 dicembre 2010

©  Antonio Ragone

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