17 dicembre 2011

LETTERA ALLA MADRE, DI SALVATORE QUASIMODO.

Nell’invocazione iniziale in latino mater dulcissima, che ricorda le litanie in onore della Madre di Gesù, è condensato l’affetto quasi religioso del Poeta per la madre lontana. Egli ha sempre sentito nel cuore la spina d’avere un giorno lasciata la madre in terra di Sicilia per andare in altri luoghi; e in quel dulcissima mater, ripetuto a chiusura della lettera, c’è anche un’invocazione di perdono, proprio come in una preghiera. Il Poeta vive a Milano e, nel paesaggio malinconico del Naviglio che urta sulle dighe, degli alberi pregni d’acqua, del bruciore della neve, egli avverte, al di là delle nebbie, la triste nostalgia. Così  immagina la madre che soffre per il figlio distante dalla sua fanciullezza; eppure egli la tranquillizza:

non sono triste, e pur non essendo in pace con me stesso, non aspetto perdono da nessuno perché nessuno ho offeso; mentre molti mi devono lacrime per come mi hanno fatto tanto soffrire.

Quante lettere che la madre gli ha scritto alle quali egli non ha mai risposto!
Ma oggi, finalmente, è lui a scrivere; e s’affollano i suoi ricordi, quando ancora ragazzo, fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca, ad inseguire la sua vita che lo chiamava e  i suoi sogni letterari. Quanto timore nel cuore della madre desolata per la prontezza di cuore del figlio e la sua generosità. Ora il Poeta ricorda, sì, rivede la madre il giorno della sua fuga dalla stazione ferroviaria di Licata, alla foce del fiume Imera, fiume di gazze e sale giacché prossimo alla foce, rivede gli alberi  d’eucalyptus.  Il Poeta è grato alla madre per avergli messo sul labbro una mite ironia sorridente che lo ha aiutato nei momenti più difficili e tormentati della vita, e non importa se ora ha qualche lacrima per lei e per tutti quelli che aspettano e non sanno che cosa, forse solo la morte: che sia gentile, non fermi l’orologio che batte sopra il muro della cucina, testimone di tutta la sua infanzia e non sfiori col suo gelo mortale la mano e il cuore dei vecchi. Chi risponde alla sua invocazione? Solo il silenzio, al quale il Poeta affida il suo affettuosissimo addio alla sua madre lontana.


LETTERA ALLA MADRE

«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d'acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d'amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» - Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore,
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance
alla foce dell'Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d'eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell'ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l'orologio in cucina che batte sopra il muro,
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater

Salvatore Quasimodo
(da “La vita non è sogno” 1946 –1948, in Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori Editore 1960)

12 dicembre 2011

AI MONTI DI TRENTO, DI ALFONSO GATTO.


Nella sera i monti acquistano una particolare bellezza, appaiono più maestosi, solitari, grandi masse tinte d’azzurro. Al Poeta portano il ricordo d’altri monti, quelli rocciosi che sovrastano il golfo di Salerno, la sua città lontana. Nel silenzio placido della sera e della chiarità lunare che induce al sogno riemergono intatti i ricordi. Dolcissima la visione della madre lontana, sola in quella chiara notte d’ottobre insieme con la luna, mentre la brezza le agita i capelli sulla fronte e le case intorno vanno facendosi oscure. Un ricordo si precisa, nitido, è un momento di profonda intimità fra madre e figlio: era anche quella una sera di luna nascente, il cui tenue colore si confondeva con l’ultima luce del giorno, quando la madre gli posò le mani sul capo dicendogli vedi, a noi d’intorno il tempo s’è fermato; ed è proprio quest’indugiare delle mani della madre sul suo capo che arresta il tempo e dà a quella materna carezza un potere che supera gli anni e trasfigura d’azzurro tutto il passato.

AI MONTI DI TRENTO

Bei monti della sera
azzurra è già l'Italia.

Penso a mia madre sola con la luna
nella notte d'ottobre, ancora estiva
la brezza muove i suoi capelli, imbruna
sulle case d'intorno.

Così la chiara spera
dei monti a lungo ammalia
nei pascoli la sera.
Odora già l'Italia
di polvere e di rose.

Era la luna ancora effusa al giorno,
mia madre a lungo sul mio capo pose
le mani e disse: « vedi, a noi d'intorno
il tempo s'è fermato... ».

Bei monti della sera
azzurro è il mio passato.

Alfonso Gatto                        
Da (“Arie e ricordi” 1940-1941 in Poesie scelte dall'autore - Arnoldo Mondadori Editore 1972)

8 dicembre 2011

SU PER I MONTI HO INCONTRATO UN CARRETTIERE.


Su per i monti andavo in cerca di silenzio, ho incontrato un carrettiere, i ricordi sono riaffiorati.
La tradizione natalizia dei miei ricordi è un quadro ormai superato, quando nelle gelide sere d’inverno vedevo trafficar legna da ardere disposta ad arte sui barrocci che i montanari della costa, col capo abbassato in segno di riposo - forse sognavano - riparati da un grande ombrello se pioveva, recavano ai paesi di mare. Oggi, quella legna che ancora viene usate per riscaldar le case, non la portano più i carrettieri, ma i camionisti, ai quali non è concesso di sognare lungo le strade sempre più pericolose. Allora la vita era più dura e più povera; più facile però era per gli uomini serbare l’anima fiduciosa e serena, contentarsi anche delle piccole cose, se addirittura poteva essere oggetto di sogno la gioia raccolta che offriva in un piccolo paese di mare una povera festa di Natale.
I ricordi turbano ancor più l’inquieto cuore, mi rivedo godere appieno di quelle semplici e pure gioie.

6 dicembre 2011

DUE POESIE DI ANGIOLETTA FACCINI.

Lady  stamani

C’era un residuo di vita
Ora non c’è più

            Lady stamani ha lasciato il corpo
            Lady stamani ha varcato la soglia
            di coloro che hanno lasciato il corpo

Da stamani la mia dolcissima lupa
viaggia, corre nelle Celesti Praterie

Da stamani lady è volata via
e s’è spento in me ogni contatto

22 ottobre 2011


Al mio Sonno Eterno

Alla mia morte 
gl’amici se tali furono m’accompagnino 
dappresso agl’addetti
che mi porteranno alla sala
del Commiato
e mi leggano una poesia
di Prevêrt o Neruda o Baudelaire
o una mia poesia

            In quel mio Sonno Eterno prima che il mio corpo
            varchi la stanza della cremazione
             il commiato sia
            di semplice saluto
            e non sia fatta funzione

nel Giardino della Memoria
o in un bosco siano sparse le mie ceneri


7 novembre 2011


Angioletta Faccini

1 dicembre 2011

DICEMBRE: LA MADRE, DI GIUSEPPE UNGARETTI.

Dicembre è il mese da me sempre più amato, il mese del Natale, la dolce atmosfera che fanciullo respiravo nella mia casa sul mare, mare tormentato e immenso, rivedo il viale, il volto di mia madre che con tanta cura preparava dolci per i suoi figliuoli. Ne sento il profumo. Ora, inquieto cuore, tutto è mutato. 



"La madre" fa parte della raccolta poetica "Sentimento del tempo" del 1933, un’opera importante per il Poeta, non solo sul piano personale, ma soprattutto sul piano letterario, specificamente metrico. Il Poeta, dopo la frantumazione ritmica delle prime poesie, ricompone il verso utilizzando l'endecasillabo e il settenario.
Da notare, all’inizio del primo verso, l’inversione sintattica volta a dare più risalto al termine anteposto, il “cuore”; con questa figura retorica il Poeta rafforza il concetto d’una continuazione  d’un intimo colloquio a voce alta  che da sempre ha avuto con la propria madre.
Quando il cuore, cessando di battere, avrà fatto cadere il muro d’ombra, cioè avrà provocato la morte del corpo e fatto sparire il mistero che avvolge la nostra esistenza, il Poeta vede la madre in atto di attenderlo, sulle soglie dell’eternità, gli darà la mano, ancora una volta, per guidarlo sino al Signore. Con decisione e semplicità, supplice chiederà il perdono per il figlio, sarà immobile, come statua, pregando con la stessa intensità e la stessa fede che aveva quand’era ancora vivente sulla terra. La supplica s’eleva in preghiera alta e sublime nell’atto di alzare le tremanti e vecchie braccia, il medesimo gesto di fiducioso abbandono col quale ella si offrì a Dio nel momento della morte corporale. E soltanto quando il figlio sarà perdonato, ella, dopo averlo tanto atteso, s’abbandonerà alla suprema gioia di guardarlo, mentre negli occhi passerà veloce il sorriso d’una infinita felicità.


LA MADRE

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Giuseppe Ungaretti
(da “Sentimento del tempo” 1930)

18 novembre 2011

NOVEMBRE, IL TEMPO DELLA RIFLESSIONE.

Ho sempre considerato la stagione autunnale come il tempo della riflessione. Il sentiero del vivere è fatto di continui mutamenti dello stato d’animo dovuti a percezioni esterne della propria sensibilità.  Proprio in questa fase autunnale si sta avverando in me un intimo e continuo alternarsi d’emozioni e riflessioni ove s’acuisce il senso dell’inquietudine generando il sano sentimento della malinconia. 



NOVEMBRE

... e
Sentirmi
Come la foglia
Che la terra chiama
Sopra le foglie

Antonio Ragone
(Da "I passi sul sentiero sconosciuto - verso marine sponde -" Giovane Holden Edizioni - 2010)

10 novembre 2011

UN GIORNO A CASERTAVECCHIA.

Casertavecchia, frazione di Caserta che sorge alle pendici dei monti Tifatini, è un antico borgo medievale rimasto intatto nel Tempo. 
Pier Paolo Pasolini, nel periodo settembre-ottobre del 1970, lo scelse come location per giravi gran parte degli esterni del suo film “Decameron”, che uscì nel 1971.
Qualche anno fa mi recai a visitarlo, ebbi l’impressione di trovarmi immerso nella Storia.



UN GIORNO A CASERTAVECCHIA

M’insinuo nei vicoli della storia
tra l’allegria della scolaresca in gita
culturale, unici vivi che s’incontrano,
oltre ai cani, nei gelidi passi.
Casertavecchia dorme nella sua fredda storia,
come ogni storia è fredda del passato,
e la solitudine che segue agli eventi strepitosi,
ripetutisi nel tempo, smarrisce il pensiero
in una illogica assenza. Eppure vivo dei secoli
ogni momento, sento il respiro d’uomini e donne,
ne rimane l’immagine d’esser loro vicini,
perché lì son stati dove son’io adesso,
quasi smarrito, e forse anch’io assente.
Ad altri, che nel futuro verranno, tra i vicoli
infreddoliti che tutti s’aprono alla piazza del Duomo,
alla facciata, così antica, al campanile,
sarà concesso di sentire di noi
moderni il fiato e il passo confondersi
in quest’aria natalizia. È fredda l’aria,
e mentre scendo per la stretta via,
quasi impaurita, m’imbatto in un gregge
che ritorna dalla storia, mentre d’intorno
s’ergono innevati i monti, che proteggono
da lontano, tra spazio e spazio, un gelido mare.

Antonio Ragone (da “L’isola nascosta” Ed. Akkuaria 2007)

1 novembre 2011

PAESE, DI RENATO FILIPPELLI.


PAESE

Oggi una nostalgia
di pietre, di sterilità: la mia memoria
è artiglio sul cordone dell’asfalto:
raffiora il desolato
paese della vita dei miei padri.
Il Masssico coi cespi
tagliente dello strame  alle pendici
e i vertici piagati dalle crude
epifanie del sole; la vallata
dei trenta borghi con le grotte vive
delle voci sepolte delle madri
che chiamavano all’alba i figli spersi
o chiusi nell’oblio. M’approda in cuore
oscuro flutto di preghiera: il passo
del medievale rito della morte
di Cristo, a Sessa degli Aurunci.

28 ottobre 2011

EDOARDO CILLARI E LA FIAMMELLA DELLA SPERANZA.

 
"Perciò, al di là della logica, la storia dovrebbe compiere il suo percorso con i piccoli grandi gesti, restituendo all’umanità la sua dignità e il suo vero, naturale, insito valore. E forse per questo il mondo potrebbe essere un posto migliore. Ma questa è solo l’utopia dei poeti".

QUANTA VERITA’, in ciò che scrivi, Antonio, e soprattutto quanti riferimenti alla realtà più prossima si potrebbero fare… ma finché ci saranno i poeti, coi loro moniti, pur intrisi di utopia (ma utopia vivificatrice, a differenza delle ideologie foriere di morte che hanno velato di nero il mondo negli ultimi cento anni), beh, la fiammella di speranza non muore, ma si rianima di volta in volta… e Dio sa quanto questo nobilissimo sentimento, (la speranza) serva al mondo di oggi, dovunque e a tutti i livelli.
(Edoardo Cillari)

Grazie, Edo, carissimo amico.
Antonio

19 ottobre 2011

LORELEI, POESIA DI HEINRICH HEINE.

Lorelei, nella mitologia popolare germanica, è il nome d’una sirena del fiume Reno, che ammalia con il suo canto i marinai che passano di là e li fa morire. Affascinati dalla sua bellezza, essi non vedono gli scogli contro i quali fatalmente va ad infrangersi la nave, e le onde li travolgono.
Il paesaggio, sereno, che all’imbrunire si avvolge di luci misteriose e lascia illuminata dal sole soltanto la cima del monte, prepara l’apparizione fantastica della fanciulla bellissima e la circonda di un fascino misterioso e incantevole coi suoi lunghi capelli biondi, fermati da pettini d’oro, e coi gioielli che mandano bagliori nella luce del morente sole, con quel suo canto che il vento trascina lontano, dove chissà.
Il poeta si abbandona alla suggestione della leggenda popolare, metaforizzandola nella condizione dell’esistenza umana, pur con versi di leggerezza e con il ritmo d’una delicata fiaba.

LORELEI

Non so perché in fondo al cuore
così triste mi sento:
una fiaba d’antichi tempi
non vuole uscirmi di mente.

L’aria è fresca e s’imbruna;
placido il Reno scorre;
la cima del monte s’illumina
nel raggio del sole che muore.

Quasi un prodigio, una fanciulla
bellissima lassù siede:
lampeggiano aurei gioielli;
si pettina le chiome d’oro.

Con aureo pettine le avvolge,
modulando una sua canzone:
ricca di un fascino arcano,
violento, la melodia risuona.

Nell’esile nave il marinaio
selvaggia angoscia afferra:
più non vede gli aguzzi scogli,
proteso è il suo guardo nell’alto.

Ben so che l’onde alla fine
vascello e nocchiero ingoiano:
così del canto della Lorelei
il fascino arcano s’adempie.

Ben so che l’onde alla fine
vascello e nocchiero ingoiano:
così del canto della Lorelei
il fascino arcano s’adempie.

Heinrich Heine  (poeta tedesco 1797 – 1856)
(Traduzione di Natalino Sapegno)

12 ottobre 2011

PERCORSI COSTIERI D’AMALFI.

 
PERCORSO COSTIERO



I muli carichi di legna
taciti e indifferenti
alla corda tesa del padrone
vanno per le viuzze strette
ove a tratti s’incontrano
scalini sgretolati
da sempre conosciuti

sui muri di pietre
immobili al sole le lucertole
si giocano l’attesa degli anni

mentre più in là
oltre un vivace
groviglio di fichidindia

scorre un rio
sul letto di pietre
levigate da una catena
di piccole cascate

Antonio Ragone 
(Da "I Passi sul sentiero conosciuto - Verso marine sponde"
Giovane Holden edizioni 2010)

7 ottobre 2011

IL MONDO POTREBBE ESSERE UN POSTO MIGLIORE?


Il cammino della Storia non è mai identico a quello dei sentimenti. Quello che può apparire logico non sempre potrà apparire giusto. Nel corso della storia umana molte iniziative sono state intraprese solo perché la logica pretendeva (e pretende) che si agisse in un certo modo per interessi che non sempre sono stati giusti. Anzi, forse proprio per questo l’ingiustizia ha preso il sopravvento sulla giustizia solo per salvaguardare il valore della logica, che oggi potremmo definire la logica del mercato le cui conseguenze proprio in questi mesi l’umanità sta drammaticamente vivendo. La storia, quella vissuta dagli uomini al di fuori della logica, è intrisa di segreti, paure, dubbi, sconfitte attese, domande. Perciò, al di là della logica, la storia dovrebbe compiere il suo percorso con i piccoli grandi gesti, restituendo all’umanità la sua dignità e il suo vero, naturale, insito valore. E forse per questo il mondo potrebbe essere un posto migliore.
Ma questa è solo l’utopia dei poeti.

20 settembre 2011

NETTUNO PHOTOFESTIVAL - ATTRAVERSO LE PIEGHE DEL TEMPO.


Nello splendido scenario del cinquecentesco Forte Sangallo di Nettuno, s’è concluso con grande partecipazione di artisti e di pubblico, la prima edizione del “NettunoPhotoFestival – Attraverso le Pieghe del Tempo”, evento culturale organizzato dal Comune di Nettuno, in collaborazione con l’Associazione Culturale Occhio dell’Arte che lo ha ideato e promosso. S’è trattato d’una tre giorni intensa, dal 16 al 18 settembre, di fotografia, poesia, musica, letteratura, conferenze, workshops e molto altro ancora. Un evento che è stato altresì occasione per una raccolta di fondi completamente autogestita dalle suore missionarie cappuccine di Madre Rubatto, a favore della scuola San Giuseppe in Jijiga (Ethiopia) che ha urgente bisogno di un pozzo d’acqua e di un serbatoio idrico. Il ricavato della raccolta fondi, interamente a favore dell’opera umanitaria delle suore missionarie, è stato di euro 856,00 di vendita tra libri ed oggetti missionari, a cui si aggiungono euro 1.000 donati dal Comune di Nettuno, nella persona dell'Assessore Giampiero Pedace, di cui in questi giorni ho avuto l'onore di apprezzare la disponibilità e la sensibilità nei confronti della cultura e della partecipazione verso opere umanitarie.

Notevole è stato l’impegno e pregevole la capacità organizzativa esibita dalla carissima amica Lisa Bernardini, presidente dell’Associazione Occhio dell’Arte.
Lisa, amica carissima, sei stata instancabile.
Un affettuoso abbraccio, Antonio.

13 settembre 2011

I VIAGGI DI ULISSE E LE INSIDIE DEL MARE.

Né Circe, né Calipso, né la stessa innocente Nausicaa ebbero il potere di legare a sé il cuore ardimentoso e spavaldo di Ulisse, ma forse le Sirene lo avrebbero inesorabilmente attirato, ammaliato e sconfitto, ché troppo grande era il bene che gli promettevano, cui Ulisse sempre agognava, per cui, astuta prudenza, si fece solidamente legare a più doppi all’albero della nave. Era l’ardita presunzione che tutto gli fosse concesso, la sua smania di conoscenza oltre ogni umano confine che lo condurrà rovinosamente alla morte “perché quell’Infinito è la profondità del finito, è l’origine e il sostegno di tutto quello che esiste. Non riconoscerlo porta al “dis-astro”, al fallimento di Ulisse, il cui errore non fu di voler oltrepassare le Colonne d’Ercole, ma di voler misurare l’Oceano come aveva misurato il Mediterraneo, di voler cioè ridurre prometeicamente l’Infinito al finito, di conquistare la falsa felicità di un paradiso “terrestre” (professor Antonio Fiorito, prefazione de “L’isola nascosta”). Il naufragio fu per lui e per i suoi sventurati compagni miseramente inevitabile a causa del “folle viaggio”, come lo chiama il Sommo Dante nella Divina Commedia, perché incontenibile era il lui il tentativo di superare ad ogni costo i limiti della finitezza umana, anche servendosi di menzogne  e seduzioni che tra gli esseri umani provocarono solo sofferenza e morte.
Le Sirene rappresentano sia i pericoli del mare, anche quando esso è più calmo e sereno, sia gli scogli nascosti nelle baie tranquille, contro cui spesso gli uomini vanno incautamente ad infrangersi.

Marinai

I marinai che navigano
i mari più tumultuosi
hanno poche sirene.

Solo a volte, qualcuna,
sguizza dai marosi:
nel fragore della tempesta
non hanno voglia
di concedersi ai tristi
esiliati;

ma dalla costa
rocciosa, lontana,
esse consegnano al vento
inquietanti richiami.

Antonio Ragone (da “L’isola nascosta” Edizioni Akkuaria – 2007)

4 settembre 2011

IL MARE, ENEA E L’OMBRA DI ETTORE IN UN TEMPO INSENSIBILE.


In seguito a una violenta tempesta Enea e i suoi compagni sono stati scaraventati dalla furia marina sulle coste libiche e ospitati con generosità dalla regina Didone che in quei luoghi stava fondando una nuova città, la futura Cartagine. Per invito di Didone Enea narra le dolorose vicende dell’ultima notte di Troia; il fatale cavallo di legno, uscito dall’astuta quanto cinica mente di Ulisse, è ormai dentro le mura, tutti dormono ignari dell’estrema rovina che pende sul loro capo, e anche Enea dorme. La figura del cavallo è la tagliola entro la quale spesso affondiamo il piede, dolore lancinante, acuto grido che si leva invano, chi ascolta? Enea, sollèvati dal sonno, non avverti l’insidia? Ecco, l’eroe Ettore apparirgli in sonno, piangente, con le carni disfatte e coperte di polvere per l’ultima infamia di Achille, l’umana forza ebbra di sangue e di morte, che lo trascinò via legato alla sua nefasta biga. È terribile il contrasto fra la città che dorme, tranquilla e ignara del suo atroce destino, e Ettore in lacrime, giacché solo i veri eroi piangono. Ma quale malvagità è pur sempre presente nel cuore umano! Allora Ettore stesso, l’eroe così forte e magnanimo, supplica Enea di fuggire, ché nulla ormai si può più fare per salvare la sventurata patria; fugga dunque e rechi con sé le sacre cose, prenda con sé i Penati, gli dèi del focolare domestico, e in altra terra fondi una nuova città, cui è riservato un grande futuro. Così Ettore stesso, mentre il fuoco distrugge la città per cui è morto, predice e consacra l’alta missione di Enea. Guarda il mare, Enea, egli ancora ti chiama, prendi il largo, il viaggio ancora una volta è da riprendere, sempre.


TEMPO INSENSIBILE

Trascorre il mare intanto e odo
il cruento fragore delle romite
onde infrangersi sugli insensibili scogli
e solversi in schiumosa vacuità di vento.

Che di mire lucenti nei tempi
dell’attesa, l’orizzonte così
vivo, vicino, raggiungibile,
appariva pregno.

Antonio Ragone (Da “L’isola nascosta” Edizioni Akkuaria – 2007)

29 agosto 2011

EUGENIO MONTALE: SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO.

Questa poesia di Eugenio Montale, inserita nella raccolta Ossi di seppia, uscita attorno agli anni venti, rappresenta la più drammatica testimonianza della crisi morale e spirituale dell’uomo moderno, in un mondo che appare sempre sul punto di frantumarsi e dissolversi. Il male di vivere di Montale è piuttosto il  tentativo di evidenziare il malessere, l’impotenza dell’intellettuale e della cultura che sa di aver perso i propri punti di riferimento storico, sociale e morale. Per cui il male di vivere è anche l’incapacità dell’uomo di comunicare, è isolamento, incrinatura, è vita strozzata, in quanto c’impedisce di avere delle certezze, di comprendere la realtà e persino noi stessi. Di qui il senso d’impotenza, d’esperienza del nulla, la percezione di vivere in una realtà di negatività e insensibilità, che si ritrovano in una serie di correlativi oggettivi raccapriccianti: il rivo strozzato che gorgoglia, l’incartocciarsi della foglia riarsa, il cavallo stramazzato, la statua della sonnolenza, la nuvola, il falco. C’è come l’attesa d’un prodigio che si rivela prontamente un totale fallimento, per cui allora all’uomo non resta che la divina indifferenza, che non è cinismo, è altresì universale intransigenza morale e intellettuale che non trova riscontro nemmeno nella condivisione dell’arte e della cultura, nella poesia in particolare, dove il protagonismo e l’egoismo rappresentano il montaliano anello che non tiene. Non rimane che la consapevole accettazione della propria condizione di afflizione e di apparente sconfitta, descrivendo la negatività del mondo, come tuttora avviene, almeno e anche per me, che cerco di convertire tutte queste sensazioni nei versi che, proprio in questi ultimi giorni d’ingannevole estate, grondano inquietudine e smarrimento, condividendo umilmente con il grande Montale l'identico paesaggio marino: la costa ligure per Montale e la costa amalfitana.

Spesso il male di vivere ho incontrato
 

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Eugenio Montale

21 agosto 2011

LA TORRE CRESTARELLA DI VIETRI SUL MARE.


La Crestarella, imponente torre cinquecentesca che si affaccia sul mare, parte integrante del secolare sistema difensivo della città.


La vita è come il mare, e noi spesso siamo in burrasca, raramente conosciamo la bonaccia. E se vogliamo, per estensione, l'uomo stesso provoca burrasche, e soffoca la voce silenziosa o rumorosa del mare, che spesso si sente infastidito e disturbato e ci vomita addosso la sua rabbia. Questa torre da secoli guarda il mare per avvisare delle insidie che possono venire dall’orizzonte, ma è anche il simbolo del rispetto verso questo mare, la torre sembra a lui ossequiarsi. È bello vederlo così calmo, placato, soprattutto dopo una burrasca. La vita spesso è dura, e bisogna difendersi anche contro queste frequenti burrasche marine. Si placa il mare e anche in me si placa la guerra dei sentimenti. 

“E sulle mie coste lontane, irraggiungibili, certo i marosi
flagelleranno ancora la torre misteriosa,
baluardo antico contro i saraceni”.

17 agosto 2011

KAHLIL GIBRAN, DA “LA VOCE DEL MAESTRO”.


La vita è un'isola in un oceano di solitudine

La vita è un'isola in un oceano di solitudine:
le sue scogliere sono le speranze, i suoi alberi sono i sogni,
i suoi fiori sono la vita solitaria, i suoi ruscelli sono la sete.
La vostra vita, uomini, miei simili, è un'isola,
distaccata da ogni altra isola e regione.
Non importa quante siano le navi
che lasciano le vostre spiagge per altri climi,
non importa quante siano le flotte
che toccano le vostre coste: rimanete isole,
ognuna per proprio conto,
a soffrire le trafitture della solitudine
e sospirare la felicità.
Siete sconosciuti agli altri uomini
e lontani dalla loro comprensione
e partecipazione.


Kahlil Gibran  


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8 agosto 2011

GIUSEPPE UNGARETTI, DI LUGLIO. PARAFRASI.


In questa lirica del 1931, Giuseppe Ungaretti descrive dell’estate non i colori splendenti e il rigoglìo della natura, ma rappresenta questa stagione simile a furia distruggitrice. Da notare nel primo verso tutta la forza dell’estate (lei) che rende tristi anche le foglie colorate, con la vampa del suo sole stritola le rocce (forre) tra le cui pareti scorre un corso d’acqua, quindi inaridisce i fiumi, sgretola gli scogli. L’estate è furia che si ostina, è “l’implacabile”, con la sua luce abbagliante dilata l’orizzonte, impedisce di vedere gli spazi nei loro giusti confini; l’eccesso di luce, con la sua enorme radiazione luminosa, impedisce di vedere chiaramente la meta e disorienta con i suoi occhi infuocati, che hanno tanta potenza da ridurre persino le rocce in polvere. L’estate, insomma, confonde le menti, e la sua luce è troppo forte che impedisce di vedere la realtà nella sua vera dimensione. L’estate rende la terra arida e nuda come uno scheletro.


DI LUGLIO


Quando su ci si butta lei,
Si fa d'un triste colore di rosa
Il bel fogliame.

Strugge forre, beve fiumi,

Macina scogli, splende,
È furia che s'ostina, è l'implacabile,
Sparge spazio, acceca mete,
È l'estate e nei secoli
Con i suoi occhi calcinanti
Va della terra spogliando lo scheletro.

Giuseppe Ungaretti

Da (Sentimento del Tempo - La fine di Crono - 1931)

3 agosto 2011

SALVATORE QUASIMODO: LA CONCHIGLIA MARINA, DA ALCEO.


Alceo fu contemporaneo di Saffo, come lei nato a Mitilene, nell’isola di Lesbo, tra il VII e il VI secolo a.C. Partecipò alle lotte civili che agitarono la sua città e fu costretto a trascorrere gran parte della sua vita in esilio. Egli cantò le gioie, i dolori, le ansie della battaglia, ispirandosi altresì alla contemplazione della natura.  Questo breve frammento descrive una conchiglia che il mare generoso ha gettato sulla sabbia. Il mare ci regala una minuscola parte di se stesso, un elemento iridescente e misterioso, eppure motivo di meraviglia e di stupore, elevatosi dall’oscuro mondo dei suoi abissi che spesso ho avuto il privilegio di ammirare e d’entusiasmarmi. Mare che affascina e inquieta, oh azzurra distesa della vita! Ho pena a vedere il mare assediato, oltraggiato. Sì, lo so, egli è disturbato e sofferente, proprio come me.


LA CONCHIGLIA MARINA (di Alceo)


O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.

Traduzione di Salvatore Quasimodo
(da Lirici greci, 1940)

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21 luglio 2011

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO, DI EUGENIO MONTALE: PARAFRASI.


Il significato profondo di questa lirica va molto al di là delle parole. Osservare tutti i verbi all’infinito: meriggiare, ascoltare, spiare, osservare, sentire. Non hanno tempo, e danno un’impressione pesante, di qualcosa d’indefinito. E pesante è tutto il tono della poesia: c’è il sole, ma troppo sole, c’è fremito di vita, ma faticosa, c’è mare, ma solo a sprazzi lucenti che hanno durezza di squame, e l’anima del poeta, tesa ad ascoltare le voci profonde della natura, ne è come sopraffatta. E c’è quel muro infuocato, irto di cime aguzze e taglienti. L’anima vorrebbe andare al di là, in una sete d’infinito, di liberazione, ma non può. Abbagliata dalla luce, immersa nella sua vita faticosa essa resta al di qua con la sua ansia, con la sua inquietudine, chiusa entro i limiti dei suoi confini. Il poeta sente che la vita è come un andare lungo questo muro, intorno al quale si affaticano gli esseri viventi e freme la natura col suo potente respiro, ma che l’uomo non può oltrepassare. La lirica è  tutta una metafora, gli oggetti si caricano d’emblematiche intuizioni del poeta, dove le rosse formiche rappresentano il correlativo oggettivo della paradossale  e desolata situazione umana; il loro instancabile e allo stesso tempo caotico e insensato lavoro in condizioni così ostili si traduce nel monotono affanno quotidiano degli uomini che, camminando nella luce abbagliante e infuocata del meriggio, sentono con meraviglia e tristezza che la vita è come girovagare lungo un muro irto di cocci di bottiglie impossibile da scavalcare.



Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

19 luglio 2011

IL MARE, PRENDERE IL LARGO.


È ora di andare nel più alto mare, il più possibile lontano, sarà oltre l’orizzonte. Ho navigato tutta una vita lungo il mare dell’inquietudine. Ho lottato, sbattuto dalle burrasche marine, acqua di pioggia e vento mi hanno levigato il viso, il corpo e l’anima, ho conquistato isole e speranze di ripartenze. Ho ripreso sempre il viaggio quando all’alba mi son ritrovato naufrago sempre più debole su sponde sconosciute ed inquietanti. Ho fatto tutto, oltre le mie più povere possibilità. Ora il marinaio, come il chicco di grano, dovrà sementarsi al mare perché dia frutto, albe più nuove e ricche di promesse e tramonti meno tormentati. È doloroso sentirsi così disperatamente solo, nemmeno Cristo a tenermi compagnia, nemmeno io stesso sono più in grado di tenermi compagnia. È la prima volta che mi accade, segnale sicuro che ho perso ormai tutte le rotte alle quali sempre con la mia tenacia mi sono aggrappato sperando anche l’impossibile. Ho navigato tutta una vita, ora son stanco, il dolore mi strugge, e più non reggo ai venti contrari. Ora romperò gli ormeggi e lascerò che il mio veliero navighi al più largo possibile; poi sarà notte, sarà la luna rosso sangue a tenermi un’indifferente compagnia, lascerò che l’acqua del mare allaghi il mio veliero e insieme ad esso naufragare nei flutti tra il gorgoglìo spumoso del mare. Io sarò sereno, finalmente troverò nei fondali marini la pace del cuore.

15 luglio 2011

SUL LUNGOMARE DI SALERNO, UNA ESTIVA CANZONE GIOVANILE.



UNA ESTIVA CANZONE GIOVANILE

“Giorni sul lungomare insieme a te”
e l’afa mi scende lungo l’anima
di sudore bagnata fino al profondo
fino al centro del suo mondo,
non c’è più posto se non travasi
la ciotola già da tempo camminando
piano che s’asciughi al sole
di troppe azzardate illusioni,
di troppe estati roventi alla faticosa
ricerca d’ombre di secolari aceri campestri.

“Bruciavi più del sole”
nella pomeridiana mia solitudine bagnata
di lacrime versate senza versarle
nel vuoto d’un’estate ancora
da finire prima di definire
l’intimo confronto d’un dubbio profondo
più grande del centro d’un mondo
racchiuso nell’ambito carnoso
così vicino e così dentro
ma così lontano senza che si veda
nemmeno con la mano umida
poggiata sulla fronte di sangue
pur un pulviscolo d’una presenza
dolorosa e dolorosamente assente.
Ho pagato ben oltre il debito
d’una vita ostinatamente misteriosa
che nemmeno il tempo lascia e ti ruba
la libertà d’una fantasia senza immagini,
nel breve spazio chiuso nel tempo
d’una estiva canzone giovanile.

Antonio Ragone
(Da "I passi sul sentiero sconosciuto - Verso marine sponde - Giovane Holden Edizioni 2010)

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