17 dicembre 2010

IL PRESEPE NAPOLETANO DEL SETTECENTO.

Questa foto grande non si riferisce al presepe Cucciniello, bensì ad una pregevole opera del M° Luigi Baia di Napoli, esposta nel Duomo di Napoli. Bellissima e suggestiva!
Il presepe napoletano raggiunge il massimo valore religioso e artistico nel Settecento.
Nascono pastori e pastorelle che indossano i costumi del tempo come riferimento all’interesse per la vita semplice dei campi, un sentimento di una natura benevole e incantata e l’immagine romantica degli umili, sana e innocente, in contrapposizione ai ceti più elevati, frequentatori della vita agitata delle corti in una società ormai troppo civile e sazia.
L’Annunzio degli angeli è incentrato su qualche capanna rovinosa, animato da pecore, capre e bovini nei più vari atteggiamenti, e da rustici pittoreschi e miserabili, da una forte caratterizzazione dei personaggi intenti alle più svariate occupazioni, dal macellaio al ciabattino, dal pescivendolo al venditore di frutta e verdura, dove spesso primeggia la polpa rossa dell’anguria spezzata.
La Natività è il centro della composizione presepiale, con cura tutta barocco, posta al riparo di tettoie di paglia e di travi collocate tra cadenti rovine di templi, ove s’annida una rigogliosa vegetazione selvatica, simbolo  della fine del mondo antico e l'avvento d’un mondo nuovo, la speranza d’un luogo migliore.

(Le immagini qui riproposte sono tratte dal famoso presepe Cuciniello, che deve il nome al suo donatore Michele Cuciniello, appassionato collezionista di pastori ed oggetti del Presepe Napoletano del XVIII secolo).

11 dicembre 2010

IO, PER ME, AMO IL VERO PRESEPE!

Quand’io ascolto musica classica o lirica, mi adagio sulla poltrona e chiudo gli occhi, e la musica mi fa salire in alto, mi trascina, mi porta con sé nel mondo supremo delle emozioni, mi regala calde percezioni d’una vita che non è quella che siamo costretti a vivere. Allora recupero linfa vitale, vedo il mio mondo molto più in là delle miserie umane e dei suoi sentimenti contradditori. Vivo una vita fuori dalla vita di tutti i giorni.
S’avvicina la festa del Natale, la festa dell’intimità, della riflessione. Quanti ricordi riaffiorano dall’infanzia, che rileggo ammirando i presepi e i pastori napoletani.
Ma forse non tutto è più come quel tempo, e come mi dispiace prender atto che proprio a Napoli, nella terra dei presepi tradizionali, taluni artigiani costruiscono pastori con visi di protagonisti presi dall’attualità in tutti i campi, dalla politica alla triste cronaca, rendendo un autentico oltraggio alla vera arte presepizia, distruggendo quella poca suggestione che è rimasto del capolavoro dell’animo che è il presepe.
È mio desiderio lanciare, da questo mio modesto blog, un caloroso appello a questi produttori di “statuine” che nulla hanno a che fare con la festa del Natale e del presepe: fermatevi, vi prego, che non si riduca il presepe ad un’affannosa carnevalata.
Cerchiamo, invece, di conservarne intatta la poesia.

Antonio Ragone

10 dicembre 2010

EDOARCO CILLARI: TRADUZIONE DELLA MIA POESIA “LAVACRO” NELLA LINGUA SERBA.


Caro Antonio, ho adocchiato la splendida poesia “Lavacro” e… mi sono messo di buzzo buono per tradurtela in serbo… te la mando, spero che ti piaccia, e, se vuoi, puoi anche postarla sul blog.

PRANJE (Lavacro)

Baš se sad, kod noci, sećam,
dubokog horizonta, tu, na kraju mora , 
bljestaše, kad ga ja promatrah,
a more, samo za mene , svoja svetla upaljaše.

U tajni dubokoj dalekih dana,
zora i galeba od gladi izbezumljivih,
jos crvenijih zalazaka krvlju i srcem
čoveka koji , za svoj život, talase izaziva,

e, to su moje misli u ovoj kišnoj noći,
o obilnoj kiši koja nemilice pada,
blatnjave zemlje  nebesko pranje.

I sad se sećam, u dalekim vremenima,
u zadnjoj ruti  umirućeg dana,
tmurnog  horizonta, tu, na kraju mora,
koji purpurno  plamtijaše  od krvi i smrti.

Traduzione in serbo di Edoardo Cillari

Caro Edo, ti ringrazio dal più profondo del cuore per la tua sicuramente eccellente traduzione della mia "Lavacro" in serbo. Antonio Ragone 

6 dicembre 2010

ANTONIO RAGONE: LAVACRO.





LAVACRO

Ora ricordo presso la sera
il largo orizzonte alla fine del mare,
bruciava quand’io l’osservavo,
il mare solo per me accendeva le luci.

Nel vasto mistero di giorni lontani,
di albe e gabbiani irrequieti di fame,
di occasi più rossi di sangue di cuore
di un uomo per vita che sfida i marosi,

io penso di questo in una notte piovosa,
alla pioggia abbondante che scende incurante,
celeste lavacro di terra infangata.

Ora, ricordo, nei tempi lontani,
nell’ultimo tratto d’un giorno morente,
un cupo orizzonte alla fine del mare,
che ardeva di rosso, di sangue, di morte.

Antonio Ragone (Da “L’isola nascosta” Akkuaria Edizioni 2007)

1 dicembre 2010

GIUSEPPE UNGARETTI: PARAFRASI DELLA POESIA “NATALE”.

 
 È Dicembre! Il mese del Natale.
Quanta pioggia, vento, freddo in questi giorni.
Mi pare cosa densa di fascino aprire questo mese con un grandissimo poeta, una sua poesia sul Natale e il tepore d’un focolare.




(Antonio Ragone, da “La Passione degli Apostoli” Akkuaria Edizioni - 2008)

"Le poesie della raccolta ungarettiana “Allegria di Naufragi”, apparsa nel 1919 e diventata, nel 1931, “L’Allegria”, sono la scoperta che tutto, consumandosi nel tempo, non è che naufragio, essendo l’allegria un istante fuggitivo; da qui, la consapevolezza che l’allegria può dimorare semplicemente nell’attimo, e solo l’amore, nascosto ne “le quattro capriole di fumo del focolare” può porgere un momento d’intima pace, ritrovata il 26 dicembre del 1916 durante una licenza che Ungaretti trascorse a Napoli in casa di amici; è una tregua dalla guerra, quando l’uomo straziato dal dolore per la morte dei compagni trova riparo nel “caldo buono”, in contrapposizione alla confusione delle strade.

NATALE

“Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

Napoli, il 26 dicembre 1916

(Giuseppe Ungaretti)"

PARAFRASI:

È Natale, nelle strade c’è freddo e confusione, il poeta non ha voglia di immergersi nell’intreccio, simile a gomitolo, delle strade di città e nel disordine della folla, straordinariamente intensa nel periodo natalizio. Ha soltanto il desiderio di starsene solo, di essere dimenticato, da tutti, come una “cosa posata” in un angolino della stanza. Il poeta si sente stanco, non è tanto stanchezza fisica, quanto stanchezza dell’animo, e sente forte il desiderio di starsene solo, in lontananza completa dal mondo. Nell’angolo accanto al focolare egli non sente che il tepore della fiamma che riscalda il suo corpo, ma soprattutto il suo cuore. Resta solo e tranquillo a seguire con la fantasia gli anelli di fumo, simili a capriole, che si alzano dai ceppi ardenti, nella calda intimità della casa, senza frastuoni, ad ascoltare la voce segreta dell’anima, in uno stanco abbandono, per ritrovarne la pace. (Antonio Ragone)

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