25 novembre 2010

ANGIOLETTA FACCINI: UNA BELLISSIMA LIRICA DEDICATA ALLA POESIA.



Angioletta mi ha inviato questa sua bella poesia che ben volentieri offro in lettura  ai visitatori del blog.


Poesia


Poesia
tu mi tormenti
infliggi una pena al mio animo!
m’obblighi ad esternare
quel che è sopito sotto la veste dell’anima
mi tormenti
con sublime languore
lascio una scia sul mio passo
lascio il sapore agrodolce della confessione
del sentimento esternato
mi tormenti e mi costringi
e languida resto sulle fresche righe vergate
perché così tu vuoi che sia


 21 novembre 2010

Angioletta Faccini

19 novembre 2010

ANTONIO RAGONE: AMAREZZE INCOMPIUTE.




AMAREZZE INCOMPIUTE

 
Amarezze anch’esse incompiute
dimorano nei meandri del mistero
eppure l’amore un poco esiste
che resiste alle intemperie umane.
È questa incomprensibile dissonanza
che lacera i rapporti e ti fa solo
chiuso in un tormento che ti schianta
sotto il peso dell’indefinibile.
E sono stanco, come una barca abbandonata
all’onde, sogno un prono riposo sulla rena. 

Antonio Ragone (Da I passi sul sentiero sconosciuto 'Verso marie sponde' Giovane Holden Edizioni 2010)

16 novembre 2010

ANA CALIYURI: TRADUZIONE IN SPAGNOLO DELLA POESIA "GINEPRAIO".


Carissima Ana,
grazie per questa tua pregevole traduzione della mia poesia “Ginepraio”.
Felice della tua amicizia e della collaborazione artistica che si è creata tra noi.
Ti abbraccio con affetto, amica poetessa.
Antonio.




GINEPRAIO

El frío de noviembre que ya me invade
sin que me percate en la húmeda esfera
me azota me resiente y me subleva
un poco del peso acumulado en el año
que ya aquí en breve me dejará como de costumbre
en este engaño de la esperanza infinita
encerrado en la maraña de sentimientos
tantos tantos tantos a la luna así lejana
pero ahora tan cercana que cada tanto la miro
como juego como bella como misteriosa hora usual
compañera indiferente de mis años
encerrados en otra dedicación.
Que así sea, todo me es ya insensible desprendimiento,
también el dolor, si no el sueño inquieto
de mis noches y el tormento de sus silencios
que se agitan en mi cansancio indiferente.
En mi maraña de sentimientos aún logro
beber sorbos ásperos que, si bien marginan el flujo
de la sangre a los arbustos espinosos, el jugo rojo
de un vino de mi tierra y el mar.


Traduzione di Ana Caliyuri

15 novembre 2010

ALFONSO GATTO, POETA SALERNITANO, UN GRANDE DEL NOVECENTO ITALIANO.


Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909,  figlio di una modesta famiglia di piccoli armatori, e morì prematuramente il 6 marzo 1976 in un incidente stradale nei pressi di Orbetello.
Dopo un’infanzia spensierata e un’adolescenza burrascosa, frequentò l' università poi disertata. Lavorò come commesso, precettore in un collegio, correttore di bozze e giornalista. Nel 1938 fondò a Firenze con Vasco Pratolini la rivista letteraria "Campo di Marte". Le sue liriche si distinguono per la musicalità dei suoi versi che narrano d’amore e di sofferta quotidianità, dove all’impegno civile si unisce il ricordo nostalgico dell'infanzia e della sua terra d'origine. Il suo linguaggio è spesso limpido, musicale, si sviluppa passando attraverso un appassionato lirismo umanitario, fino al raggelarsi della parola nella riflessione della morte e del mutamento misterioso della vita e della sofferenza dell’umanità.

Con Alfonso Gatto voglio ricordare la Poesia, oggi forse troppo lontana dalle esigenze di questa società inquinata senza punti di riferimento, i valori buttati alle ortiche, voglio ricordare i Poeti che hanno fatto grande la cultura del Novecento italiano e oggi ingiustamente dimenticati.

E, ricordo nei ricordi, desidero farlo con un poeta con il quale abbiamo condiviso la stessa terra e lo stesso mare, lo stesso umore della nostra gente.

Alfonso Gatto, poeta salernitano, nato nello stesso rione dove nacque mio padre, forse chissà quante volte si saranno sfiorati guardandosi negli occhi, quelli d’un azzurro mare del poeta e quelli color di rame di mio padre, scambiandosi qualche parola. (Antonio Ragone)



“Quando si nasce poeti,
l'amore e la morte si fanno compagnia,
e tutti e due hanno le tasche bucate
per non contare gli anni.
Quando si nasce poeti,
è difficile morire; o è soltanto una distrazione.
E io sono nato poeta per quel sorso di libertà,
per quella nuvoletta d'anice.
Io sono nato poeta,
in un'epoca critica in cui i valori sono tutti in discussione,
in cui i valori sono tutti da definire.
Il poeta è un uomo mortale che vive con tutta la sua morte
e con tutta la sua vita, nel tempo,
e in sé si consuma e si sveglia,
negli altri si popola e si chiama, e nulla possiede
che non abbia già amato e perduto”.          

(Alfonso Gatto)

La costiera d’Amalfi

La strada che da Vietri a Capodorso
a Minori, ad Amalfi sale e scende
verso il mare di Conca e di Furore
è strada di montagna: vi s’arrende
la luce che nel trarla dosso a dosso
ai suoi spicchi costrutti trova il fiore
del lastrico deserto, la ginestra.
E l’ombra passa a approfondire il verso
dei suoi displuvi, l’onda dei tornanti
alle case di vetta: una finestra
dai vetri d’alba s’apre per l’oriente
alla breva serale.
Calma fragranza, il sonno nel riverso
meriggio è già l’amore,
un frascheggìo di pergole di scale
e di voci passanti,
il fumo di chi vive col suo niente
una giornata d’aria.


Alla mia terra

Io so che nulla potrà mutare
il nero della mia gente,
il soliloquio scende
come una sera di scirocco
e non ha ragioni, non ha patria.

Io so che nulla potrà spiegare
la testa dura dei bam­bini,
mia madre non sa calmarli,
scende per i vicoli la stel­la,
e d'ogni casa
pare che venga e sia lontano il mare.

Io so che nulla si consuma
e profumo di mura e vec­chie notti
un vento solitario come ardendo
nelle donne trabocca. Le rovescia
nella polpa degli occhi il solleone.

Anneriscono ardendo. Lo spiraglio
delle notti festose, il brulichìo
dei gioielli di voto, in un biroccio
di sonagli dirupa.
Io so che il corpo ammala ove l'abbaglio
d'un ritratto è funesto,
il fuochista d'argento stralunato
nella stanza del porto.
Il mare ventilava ì suoi capelli.

Io so che nulla potrà mutare
il cuore della mia gente,
il pianto dentro i muri nella sera,
i paesi violati da un respiro
di vento appena.

I morti nuovi brucerà l'estate,
fumerà l'azzurro
dai ruderi che l’afa slarga dal mare.

Ossessa ossessa,
mia terra fedele al soliloquio
Che sale incontro ai monti e le gramaglie
trascina, le sue colpe,
l’innocenza ferita come un figlio.


A mio padre

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
<< Com’è bella notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno
>>. Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.


Torneranno le sere

Torneranno le sere a intepidire
nell’azzurro le piazze, ai bianchi muri
la luna in alto s’alzerà dal mare
e nella piena dei giardini il vento
fitto di case, d’alberi, di stelle
passerà per la grande aria serena.
Torneranno nel sogno anche le voci
delle famiglie illuminate a cena,
la rapida ebrietà del loro riso.

O finestrelle, pozzi, logge, vetri
attaccati alla vita, allo spiraglio
delle fresche delizie e dei rimpianti,
o luna nuova sulla mia memoria,
tornate ad albeggiare con quel canto
di parole perdute, con quei suoni
struggenti, con quei baci morsi al buio.
Siate la polpa rossa dell’anguria
spaccata in mezzo alla tovaglia bianca.


L’alba

Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d’autunno nei cancelli.
È l’ora fioca in cui s’incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l’attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d’autunno s’aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d’erba.
La porta verde della chiesa è il mare.


Caffè del porto

Il cane ha freddo e silenzio.
Solo come il cuore.
I marinai se ne sono andati,
da una mano all’altra passavano il berretto.
E la sposa stucchevole si gira
dentro lo specchio e mai si sposerà.
La pioggia spoglia gli anni
e la Vergine invecchia
col suo latte giallo.
Il cane ascolta il cuore
e il Sud è malinconico
come un vecchio confetto.


Io penso ai morti

Nella pioggia che batte e scioglie i cieli
– i grandi cieli all’improvviso soli –
io penso ai morti. Udranno a lungo i treni
chiamare in sogno le città perdute
e dare ai nomi dell’addio la voce
che resta della sera.

Sei, a chiamarti, il nome delle sere
che non risponde, ma potresti avere
bisogno del racconto, d’una voce,
per questa pioggia che ti fa più sola
dei lumi senza requie.
                                     Tornerai
dalla musiche morte, dalle gronde
dei tuoi mattini, amore che riprendi
dal naufragio l’ala del tuo volo. 

Alfonso Gatto

10 novembre 2010

LETTERA DI UN RAGAZZO AUTISTICO.





Il 13 dicembre del 2008, fui invitato a Vietri sul mare, mio paese natale, dove, tra l’altro, ebbi  incontri con le scuole e gli studenti.
Un ragazzo autistico mi pose una domanda sul perché del dolore.
In silenzio, mi consegnò una busta con una lettera.
La tengo tra le cose mie più preziose.
Dopo quasi due anni, la pubblico qui, lasciando spazio solo alle sue parole.

LA PECORA POVERA

C’era una volta una pecora
che prima aveva molti amici
ma che alla fine diventa povera.
Il motivo che aveva perso molti amici
non è stato un lupo maligno
ma i suoi amici lo hanno deriso così “gna, gna!”.
E così lei diventò mogia mogia
e non c’è nessun modo
per liberarsi da questa magia
per fare in modo
in cui tutti i suoi amici
torneranno a stare vicino vicino.
Dopo qualche anno
riuscì a trovare il sistema.
Un giorno lui si avvicinò ai suoi amici
e cercando di essere più furbo di Golia
riuscì a riacquistare l’amicizia
di tutti.

Ad Antonio Ragone
Con affetto

Dicembre 2008

9 novembre 2010

ANGIOLETTA FACCINI: SUONI.


Buona... notte Antonio!
 
t'invio questa mia poesia di questa tarda sera.
 
Non sono ancora in grado di spiegare quest'ultima, che è nata ascoltando con la cuffia un suono buddista, forse davvero un canto dell'anima!





Suoni
 

Ascoltare
gioire e commuoversi
ai suoni d'una musica celestiale
ascoltare e dimenticare
un istante
la mente attiva
ascoltare e dondolarsi
all'unisono con suoni
di melodia soave
senza prevalenza di colore
di suono
senza prevalenza di suoni
e d'emozioni
tutt'uno con l'Universo
Essenza assoluta

5/11/2010

©  Angioletta Faccini

5 novembre 2010

ANTONIO RAGONE: GINEPRAIO.






GINEPRAIO

Il freddo di novembre già mi riprende
senza che m’accorga nella sua umida sfera
mi sferza mi adombra e mi solleva
un poco dal peso ammassato nell’anno
che già qui a breve mi lascerà come abituale
in questo inganno d’un’infinita speranza
racchiuso nel mio ginepraio di sentimenti
tanti tanti tanti fino alla luna così lontana
ma ormai così vicina che da tanto la miro
come gioco come bella come misteriosa ora usuale
compagna indifferente degli anni miei
racchiusi a breve in un altro compimento.
Che così vada, tutto ormai m’è insensibile distacco,
anche il dolore, se non l’agitato sonno
delle mie notti e il tormento dei suoi silenzi
che s’agitano nella mia stanchezza indifferente.
Nel mio ginepraio d’anni riesco ancora
a bere sorsi aspri che pur emarginano il flusso
del sangue agli spinosi rovi, il succo rosso
d’un vino della mia terra e il mare.

Antonio Ragone 
(Da “ I Passi sul sentiero sconosciuto 'Verso marine sponde ' - Giovane Holden Edizioni – 2010)

1 novembre 2010

RENATO FILIPPELLI: PLENILUNIO NELLA PALUDE.

La poesia di Renato Filippelli, nato nel 1936 a Cascano di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, e morto a Formia, in provincia di Latina, il 20 maggio 2010, poeta alla cui memoria sono molto affezionato, è fatta di versi duri come la sua terra del Volturno, senza infingimenti, autentica e sofferta nel suo particolare rapporto con Dio. La terra nativa torna a vivere nell’anima del poeta con le tradizioni millenarie della sua gente. Ma non v’è dolcezza di ricordi, bensì malinconica visione autunnale dove s’avverte il presagio dell’inverno imminente, della morte che grava su tutto; i colori rosso-dorati sono esteriori, ossia fugaci, con una bellezza caduca e una vitalità solo apparente, dominata dall’invisibile lamento d’un vento sulla natura malata. È l’espressione intensa d’un sentimento profondo e disperato di pena, di dolore e di morte che s’intreccia a finissime immagini che pretendono la presenza del Supremo che sembra così lontano, indifferente al nostro dolore di creature umane. Altro conforto con c’è se non la speranza riposta nei mormorii della conchiglia di Dio e una terra di vendemmia saccheggiata e triste ove alta si eleva la mano dello stesso Dio a benedirla.

In questo blog:





MURMURI

È la festa dei morti. La speranza
ha ricamato di lumi
la collina di San Felice; Tu
m’accompagni, fissi
convegni fra le croci.
Hai nelle mani una conchiglia
di murmuri e l’accosti alle mie orecchie.

IL CRISTALLO

Vendemmia. Ora è un saccheggio taciturno.
Non v’è più gioia nell’uomo della terra.
Ricordo a qualche vecchio le giulive
canzoni di corrispondenza
fra i colli e questa valle di vigneti.
Allora vita e morte maturavano
nel sacro, e la natura
era il cristallo dove l’occhio intento
del contadino disegnava l’ombra
della Tua mano tesa a benedire. 

Renato Filippelli

(Da "Plenilunio nella palude" - Liriche - Edizioni Scientifiche Italiane, 1997)

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