26 ottobre 2010

GIOVANNI PAPINI: PARAFRASI DELLA POESIA “VIOLA”.


Giovanni Papini nacque a Firenze il 9 gennaio1881 e morì nella stessa città l’8 luglio 1956 è stato uno scrittore italiano: un intellettuale vivace, narratore, poeta, saggista, scrittore versatile e fecondo. Scrisse, tra l’altro, Un uomo finito, Stroncature e un’apprezzata Storia di Cristo. Insieme a Enzo Palmieri scrisse una pregevole Antologia per le scuole medie Il bel viaggio. Papini fu più grande scrittore che poeta, e questa poesia, seppur sfiorata da retorica, ha versi delicati e colorati, piacevoli a leggersi.

Un ricordo personale: su questa pregevole antologia ho studiato anch’io. Purtroppo è andata persa durante un trasloco. Ne resta, suggestivo, il ricordo degli anni miei primi.


 
VIOLA

Viola vestita di limpido giallo,
     che festa, che amore, a un tratto scoprirti
     venire innanzi con grazia di ballo
     di tra i ginepri e l’odore dei mirti!

La ricca estate si filtra e si dora
     sopra il tuo piccolo volto rotondo;
     ad ogni moto dell’iride mora
     bevi nel riso la gioia del mondo.

Par che la terra rifatta stamani
     più generosa, più fresca di ieri,
     voglia specchiarsi negli occhi silvani
     tuoi, risplendenti di casti pensieri.

Al tuo venire volante s’allieta
     questo mio cuore e con Dio si rimpacia
     l’arida bocca del padre poeta
     torna a pregare allorquando ti bacia.


Giovanni Papini


Improvvisa, di tra gli alberi del viale, appare al poeta nella calda luce dell’estate, Viola, la figlia diletta. Vestita di limpido giallo, col passo agile e lieve che ha la grazia della danza, la fanciulla avanza in mezzo al profumo del giardino. Al suo apparire, la terra si è fatta più fresca e più festosa, e sembra volersi specchiare nei suoi limpidi occhi. In quella cornice luminosa i rami verdi e di luce dorata, la figlia appare al padre che la contempla con orgoglio affettuoso, un’immagine di bellezza e di felicità: il contemplarla lo induce ad elevare l’anima a Dio, a ritrovare le parole della preghiera dimenticata.

19 ottobre 2010

ANTONIO RAGONE: DEDICATA AL MARE, CON LA TRADUZIONE IN SPAGNOLO DI ANA CALIYURI.



Dalla casa (lontana) di quel mio tempo, osservavo questo mare.



DEDICATA AL MARE

Lo so perché m’incanti,
mare, e i sensi turbi.
Tu espiravi frangenti sui tuoi sassi
sciabordando il tuo schiumoso fiato.

E quando s’era l’onda infranta,
minaccioso e indolente,
l’escrescenza placata,
infastidito inspiravi

nell’ansia d’un fragoroso
silenzio, nuovamente
ti riavvolgevi scagliando
le tue rabbie sul braccio
dell’incompiuto porto.

E io aspiravo che non finisse mai
la tua pacifica smania.


Antonio Ragone (Da “ I Passi sul sentiero sconosciuto 'Verso marine sponde '– Giovane Holden Edizioni – 2010)


Ana Caliyuri, poetessa argentina, mia cara amica, l’ha tradotta nella sua lingua.
Le sono profondamente grato per questo suo dono.


DEDICADA AL MAR

Sé porque me encantas

mar, y los sentidos turbados.
Tu expirabas circunstancias sobre tus rocas
lamiendo tu espumoso aliento.

Y cuando se quebraba la ola ,

amenazante e indolente,
la excrecencia aplacada,
fastidiado inspirabas

en el deseo de un fragoroso

silencio, nuevamente
te desenrrollabas lanzando
tu enojo sobre el brazo
del incompleto puerto.

Y yo deseaba que nunca acabase

tu pacífica inquietud.


Traduzione di Ana Caliyuri

16 ottobre 2010

LA BELLEZZA DELLA COSTIERA AMALFITANA VIOLATA DAI SARACENI.

Per tutto il Medioevo le coste tirreniche furono infestate da scorribande saracene che mettevano a ferro e fuoco i paesi rivieraschi.
Al suono delle campane e al grido de “li turchi so’ sbarcati alla marina” la popolazione veniva assalita da brividi di terrore.  Quel suono e quel grido significavano presagio di morte, stupro, saccheggio, distruzione. Non bastarono gli scogli, le murate ed il mare a fermare la terribile forza devastante degli invasori.
I saraceni si erano dimostrati padroni assoluti della costa amalfitana.  
Si racconta che in una notte calda e silenziosa, la notte che precedeva la festa di san Giovanni Battista, patrono di Vietri sul mare, i pescatori e i contadini dormivano dopo le fatiche del mare e dei campi, dormivano le donne, abbracciate ai loro bimbi, dopo le fatiche della casa; tutto era quiete, s’avvertiva solo il mormorìo del mare.
Ma in quella notte un vascello a luci spente avanzava lentamente verso la costa, si preparava un rituale sempre temuto e ormai consumato da anni di incursioni e scorribande. Una ciurma di saraceni, armati di spade e di fiaccole, sbarcava fra i piccoli seni della parte meridionale al di là del piccolo promontorio della baia, un’altra sbarcava nella parte settentrionale della spiaggia nascosta tra le insenature dei monti.
È un attimo, anche se preparati ormai da secoli a questi attacchi, gli abitanti del luogo vengono assaliti dalla furia dei saraceni, protetti dal silenzio e dalla pur vigile calma notturna. È la devastazione, nessuno è in grado di poter difendersi, è la notte degli agnelli, sgozzati, avvinti, tormentati.
Ed intanto, il fuoco alto arde su tutto riflettendosi nell’azzurro del notturno e placido mare: bruciano le viti, ardono i gozzi, brillano nella notte i casolari in fiamme, la costa si tinge del sangue che scorre veloce dalle arse gole. La distruzione è compiuta, le navi saracene ora ripartono, lasciando pianti e lamenti dei superstiti. Ma ritorneranno.

Più non ti raccolgo, mare,
nel cavo della mano,
ma quando mi riscopro
a rimirare altrove,
la tua immagine sento.
Antonio Ragone

13 ottobre 2010

SALVATORE QUASIMODO E LA POESIA DELL’ESILIO: BREVI PARAFRASI DI “VENTO A TÌNDARI” E “ALLE FRONDE DEI SALICI”.

Salvatore Quasimodo nacque a Modica, in provincia di Ragusa il 20 agosto 1901 e mori a Napoli il 14 giugno 1968, dove fu ricoverato d’urgenza in ospedale in seguito ad un improvviso malore, mentre si trovava ad Amalfi a presiedere un premio letterario. Visse per lungo tempo a Milano.
Il suo percorso poetico si apre con la raccolta Acque e terre (1930), dove vengono imposti alcuni temi sostanziali della successiva produzione. La raccolta si muove tra la rievocazione di una mitica e serena, seppur sofferta, infanzia nella lontana Sicilia e un senso di un doloroso vincolo d’esiliato, dovuto a un dolorosissimo sradicamento dalla propria terra: a me piace utilizzare il termine “i poeti dell’esilio”, nonché ermetici non ortodossi, che comprendono, oltre Quasimodo, il salernitano Alfonso Gatto e il lucano di Montemurro Leonardo Sinisgalli.
Questa condizione provoca nelle liriche quasimodiane un senso di debolezza per il rimpianto di una primitiva innocenza e di una perduta comunione con i luoghi lontani. In me un albero oscilla, scrive a Milano riferendosi agli alberi di eucaliptus della sua terra d’origine, emblematica considerazione tesa a concretizzare  la malinconia dell’esule, un senso del male di vivere, angosciosa solitudine esistenziale e un’ansia di infinito e di assoluto.
L’irrompere tragico della guerra conduce il poeta ad una revisione della sua poetica, incidendo soprattutto sui contenuti, come si avverte nelle raccolte Giorno dopo giorno (1947) e La vita non è un sogno (1949). Unificando la tragedia della guerra e la cultura italiana, Quasimodo scrive:  
La guerra ha interrotto una cultura e proposto nuovi valori dell’uomo; e se le armi sono ancora nascoste, il dialogo dei poeti con gli uomini è necessario, più delle scienze e degli accordi tra le nazioni che possono essere traditi.




VENTO A TÌNDARI

Tìndari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull’acque
delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tìndari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

Salvatore Quasimodo

L’essenza tematica della lirica nasce dalla conflittualità, sempre presente in Quasimodo, tra la memoria dei paesaggi dell’infanzia siciliana e l’aspro esilio.
Ora il suo pensiero va a Tìndari, un piccolo promontorio vicino Messina a picco sul mare, di cui la memoria della cara fanciullezza ha fissato nell’anima un luogo quasi mitologico, un arcano e lontano angolo di serenità; ma nella maturità pensosa appare inquieto ed aggressivo, sferzato dai venti del dio Eolo. Risalgono al cuore il ricordo degli amici contrapposto all’amara affermazione che a quei luoghi amati è ignota è la terra / ove ogni giorno affondo.




ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
  
Salvatore Quasimodo

L’immagine di straordinaria bellezza e potentemente suggestiva di questa lirica è di derivazione biblica e si riferisce all’episodio degli ebrei che in schiavitù a Babilonia, si rifiutarono di cantare le lodi a Dio in terra straniera. Così l’avvenimento è riportato nel Salmo 136: Sui fiumi di Babilonia, / là sedevamo piangendo / al ricordo di Sion. / Ai salici di quella terra / appendemmo le nostre cetre. / Là ci chiedevano parole di canto / coloro che ci avevano deportato, / canzoni di gioia, i nostri oppressori: / «Cantateci i canti di Sion!». /Come cantare i canti del Signore / in terra straniera?.
Anche gli italiani dagli anni ’43 e
45 vivevano nelle stesse condizioni di servitù e dolore.

6 ottobre 2010

SALVATORE QUASIMODO: COME LE FOGLIE, DA MIMNERMO.

La poesia di Salvatore Quasimodo, uno dei massimi poeti italiani del Novecento, trae un elemento di chiarificazione dalla traduzione dei Lirici greci apparso nel 1940. Con queste traduzioni egli non ha inteso restituire alla poesia greca  le sue forme originarie, bensì rivestirla di una forma moderna. Queste versioni, pertanto, devono collocarsi nell’area creativa di Quasimodo, perché il poeta riesce a conferire al testo originale una nuova e personale scrittura. Propongo, a introduzione di un prossimo post giustamente dedicato al grande poeta siciliano e alla sua alta poesia d’esiliato, questa pregevole traduzione da Mimnermo, poeta greco appartenente alla prima metà  del VI secolo a.C., del quale, pur essendo poeta famoso, ci restano solo pochi frammenti, tra questi “Come le foglie”, che ci dice com’egli cantasse le dolci gioie della vita con un senso di malinconia per l’amara consapevolezza della loro caducità. Dolce la giovinezza, ma breve, come la luce di un giorno sulla terra. E quando il suo tempo è dileguato meglio morire, dice mestamente il poeta, che vivere. L’uomo si rallegra delle gioie che a volte offre la giovinezza, vivendo spensieratamente per bene degli dèi. Ma le Parche (le nere dee), che per i greci rappresentavano le dee del destino cui erano affidate le sorti della vita umana, camminano a fianco degli uomini, determinando la brevità vita come in una luce d’un giorno. La conclusione è amara, propria della concezione pagana della vita: non c’è altra gioia se non quella legata alla vita dei sensi.
È evidente che da questa Quasimodo trasse ispirazione per la sua poesia del 1936:
 
         ED È SUBITO SERA
 
         Ognuno sta solo sul cuor della terra
         trafitto da un raggio di sole:
         ed è subito sera.



COME LE FOGLIE  (di Mimnermo)
 
Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.

Traduzione di Salvatore Quasimodo
(da Lirici greci)

1 ottobre 2010

ISTANTI DI VITA: IL SOGNO DOVE CADE È DA SAPERE.

La vita non è un che un sogno spezzato sotto il peso delle ansie giovanili, proprio quando, nell’alba d’un giorno primaverile, ci si appresta a percorrere un viaggio, che appare naturalmente incerto, lungo una via spoglia di luoghi sicuri, timorosi di non incontrarli mai, giacché il viaggio della vita non è mai facile, pur accettando una sfida impari, scegliendo di lottare senza cedere ad inconsistenti lusinghe d’una società disattenta e edonistica, impegnando l’esito d’una ricerca, un coraggio perso e ritrovato per affrontare la vita, Da anni ormai ho capito che il silenzio fa rumore e ogni giorno si vuole imparare a cadere per rialzarsi senza troppe ferite, rimettendosi continuamente in gioco, cercare e scoprire istanti dove i sogni cadono senza comprenderli, in un circuito vitale dove il mare è immenso come una suggestiva voglia di libertà.
E quanta speranza nei nostri discorsi rivolti al domani, quel domani che è già passato, e siamo ritornati all’oggi. Strana è la vita, che ci illude spesso, ci prende per la giacca e ci porta dove vuole, in quel momento, nemmeno ce ne accorgiamo. Poi… poi, d’un tratto mi sovvengono i volti dei tanti amici che hanno attraversato la mia vita, in special modo di quelli giovanili, e ne definisco il valore che tuttora appare autentico ed essenziale, avendo condiviso insieme tante piccole gioie e, perché no, le illusioni e le delusioni del nostro tempo, che custodisco gelosamente nelle fotografie in bianco e nero che spesso vado a visitare. Ebbene, i ricordi di quella nostra giovinezza mi hanno aiutato a portare avanti la vita, soprattutto nei momenti difficili che spesso ho incontrato lungo il mio percorso.


SCOPRIRE UN ISTANTE

Scoprire un istante che ci sveli
la parola d’ordine nascente,
la proposta incantata dei tuoi sensi.

Abbeverarci all’argine della sorgiva pura,
con la luna che bianca ci regala
la sua faccia riflessa nella sete.

Il sogno dove cade è da sapere,
questo mutar del cuore,
il filamento che non regge.


 Antonio Ragone (Da “Viaggi verso il porto” Gabrieli International Editor 2004)

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