28 luglio 2010

ANTONIO RAGONE: LA POESIA E IL MARE.

Per i poeti nati in riva al mare, il mare se lo portano dentro tutta la vita, simbiosi e mimesi delle proprie poesie. Quando si nasce poeta, molti sono i sentimenti, che, poi, inevitabilmente crescono con lui, diventano visibili e percettibili, trasformandosi in un grappolo di sensazioni che gli terranno sempre compagnia, come l’amore, la vita, la morte.
Per me che sono nato poeta, inconsapevole marinaio per privilegio di origini marine, il mare rappresenta la grande misteriosa metafora della vita, una mistura d’inquietudine e fascino, mare alfine placato, mare sofferente e disturbato, mare che infonde pace e turbamento, mare di vita e morte. La vita è un passaggio costiero che s’apre, forse, all’elemento arcano e si slarga nell’azzurro golfo, sino all’estremo irraggiungibile orizzonte. Spesso i poeti prendono come riferimento gli elementi naturali per rappresentare i propri progetti e sensazioni, come è avvenuto con le analogie di Ungaretti e con il correlativo oggettivo di Montale. Qui, il mare rappresenta l'essenza della vita, giacché racchiude in sé tutti gli umani sentimenti. E così, il mare è spesso per me riferimento del viaggio della vita che a volte affascina e a volte trasfonde timore fino a far male; io sono nato sul mare, da quella mia lontana casa lo vedevo minaccioso o calmo, ma sempre in simbiosi col mio animo. Da sempre con lui misuro il mio tempo in una costante e sofferta ricerca d’una esplicazione del rapporto tra il poeta e il mare. Solo la Poesia può risolvere codesto mistero, giacché la Poesia è l’unico mezzo dato all’uomo per aprirsi, per dire tutto quello che altrimenti non si direbbe mai. Il mare può essere un luogo che conserva le nostre memorie, metafora della vita vissuta e di quella da vivere. Sì, io sono nato sul mare e mi sono dato al mare, l'ho vissuto e navigato anche di notte, a volte qualche burrasca mi sorprendeva al largo. Ma ho veduto anche tante albe serene con le barche che tornavano a riva dopo la notturna pesca, cariche di uomini e pesci, accompagnate dal grido dei gabbiani appoggiati sui pali dei mitili. Ora ne sono lontano, ma cerco sempre l’occasione di ritornarci, in modo da rivedermi e ritrovarmi in quei miei luoghi nativi della costa amalfitana.
Vi propongo questa mia poesia composta all'alba del 22 luglio scorso. Forse crescendo si diventa ancor più pessimisti... o realisti.




E se sussurra il mare

E se sussurra il mare
Solo il mio mare
Ci sarà odore di sale
Per i miei giorni altrove

Mangerò aria d’amore
Gustandone il sapore

Curerò vecchie ferite
Incancrenite
Dalla somma degli anni

Sempre inondati
Da burrascosi eventi
Di piogge e venti

Brezze di mare

Brezze di terra

Asciugheranno
Il mio stanco corpo

Per sempre

© Antonio Ragone

26 luglio 2010

ANGIOLETTA FACCINI: IL TURBAMENTO POETICO DEL CUORE.


Ti lascio, Antonio, alla lettura di quest'ultima abbastanza fresca e, come da anni non accadeva, scritta di notte…




Volerei

Prenderei volentieri le ali e volerei!
a librarmi nell’’infinito e interpretare
un canto che non so

ma quel che provo ora mi trattiene al suolo
ora mi fa volare!

Non so tu, uomo vissuto e chissà?

in un momento,
sei parso come apoteosi
come illusione

nella negazione mia,
uno spazio aperto, un guizzo
permane a vibrare e sussultare

ma il tempo ch’è ora m’è d’impedimento.
 

© Angioletta Faccini

25 luglio 2010

22 luglio 2010

EDOARDO CILLARI: CASA, LUOGO DI AFFETTI ED ESPERIENZE...

Casa, luogo di affetti ed esperienze che segnano il nostro passaggio, solo dopo anni riusciamo a cogliere, rivedendola e rivalutandola, la sua essenza di spazio sacro, in cui i ricordi diventano linfa viva da cui attingere per farci assaporare in pieno, con la nostra personalità che proprio dentro quelle mura si è andato a sviluppare il nostro vivere quotidiano. La tua poesia L’agreste casa, grande poesia, tra le tue più belle! Ed anche la  tua riflessione osservando il tempo passare… beh, ti posso dire che (non certo con la tua vis poetica, ovviamente!), ma con simili sentimenti, anch'io spesso mi sono addentrato in simili riflessioni, tanto che mi sono immediatamente immedesimato nel tuo stato d'animo. Paesi di mare, dove tutto sembra sempre nuovo ogni giorno, perchè passano gli uomini, si susseguono le generazioni, ma che racchiudono in sé, quasi per magia, un loro aspetto eterno, come se il tempo, nel suo mutare, non riuscisse a scalfire quello che veramente vale, ciò che non cambia, ma resta simile a sé, a disposizione di tutti, per sempre, magari celato dietro il fruscìo dondolante delle onde. Che bello!

19 luglio 2010

ANTONIO RAGONE: OMAGGIO AL POETA ANGELO BARILE.

L’opera di Angelo Barile, nato ad Albisola Marina nel 1888 e morto a Savona nel 1967, uomo schivo e poeta di grande rigore letterario, nasce da una poetica della necessità, sono momenti, immagini, situazioni della vita e del mondo familiare che la memoria recupera alla luce della stessa poesia dopo che sono state a lungo sepolte nel cuore, e trasferisce con metafore balenanti, dal piano dell’esistere a quello dell’essere.
Le sue  raccolte liriche sono molto distanziate fra loro Primavera (1933), Quasi sereno (1957), A sole breve (1965).
Egli stesso così ne descrive la motivazione e delinea il carattere della sua poesia: “indicavo, forse parlando a me stesso, la necessità di fondere assieme i contrari: intensità e chiarezza, spontaneità e rigore… non è la poesia un equilibrio di resistenze? Il giuoco della libertà più aperta nei termini della legge più rigorosa. Ma come difficile, disperatamente difficile lo sposalizio. Impossibile senza la grazia. Sentivo che la poesia è un fatto del tutto insolito e raro, un dono dell’intima trasparenza. Quante volte in una vita ci viene direttamente incontro? Donde l’utilità delle vigilie e delle astinenze”.


A TARDA SERA

A tarda sera quando
prego pace ai miei morti,
ad una ad una vi chiamo per nome,
mie sensibili anime. In un lampo
a ciascun nome mi risponde il viso
desiderato,
e il sangue vi ripalpita vi segna
i suoi segreti.

Odono il mio susurro anche gli anziani
che in grembo alla memoria
già posano quieti
e forse ancora anelano in cammino
per i valichi estremi al loro Cielo.
Un poco, andando, si volgono e alcuno
lontanamente sorride…

            Ma questi,
al mio cuore i più mesti,
che ieri appena spezzavano il pane
con noi sotto la lampada e nell’ombra
son passati tenendosi per mano,
lo sguardo al focolare:
questi quando la sera
chiamo per nome i miei morti, li vedo
ancora fermi, ancora
trepidi e tesi di là della porta
non richiusa, che geme.

Ecco mi fate cenno, anime care,
d’incamminarci insieme.

 
USCIRE DALLA VITA COME QUANDO

Uscire dalla vita come quando
s’esce di chiesa
in un finale d’organo: s’avventa
l’anima a scale prodigiose, trova
il piede sulla soglia
un bianco che vi palpita: e la luce
è nuova.

Ma uscire non è dato in rapimento.
Ch’io possa almeno
lasciarmi dietro la mia stanza, un poco
volgendo il capo a riguardarla, alfine
pulita, sgombra
d’ogni discordia, in ordine sereno
come la chiesa ora vuota: le croci
fanno una chiara ombra
sul pavimento.

Angelo Barile

18 luglio 2010

GRAZIE MATTEO: GUARDANDO IL MARE…


Ciao zio, 
nei tuoi occhi c'è sempre il mare e un'isola su cui posarti a guardarlo sicuro che nessuno ti dica vai via di lì, anche io nel mare disperdo il mio sguardo perché vedo la libertà dell'uomo.

tuo nipote Matteo De Angelis

13 luglio 2010

ANGIOLETTA FACCINI: E INTANTO L'AURORA...


Come un clandestino lascio sulla tua porta questi brevi versi, ch'è molto presto ancora.

E intanto l'aurora affievolisce la malinconia…

 


Anche questi sono versi scritti durante il coma di mio figlio...


Non osar
 
Non osar bussare alla mia porta
se gli Dei non chiedono
non osar  portar  pianto
se colui che veglia l'Aldilà
non schiude la sua dimora
e non osar passarmi accanto
se il manto della Grande Dea l’avvolge ancora

31 agosto 2004

© Angioletta Faccini

7 luglio 2010

RENATO FILIPPELLI: QUANDO MUORE UN POETA...

Si dice che quando muore un poeta, il mondo è un po’ più povero, il mondo è un po’ più solo, perché ogni poeta è sempre un po’ più solo. Io non amo le retoriche commemorazioni quando muore un poeta, anche perché il mondo forse se ne ricorda un attimo solo in quell’istante, o non se ne ricorda affatto. Renato Filippelli era nato nel 1936 a Cascano di Sessa Aurunca, a lui su questo blog, avevo dedicato una pagina il 15 aprile, autore di manuali di pregevole valore didattico, amico, professore stimato, ma soprattutto Poeta, è morto il 20 maggio scorso. E io ne ho voluto parlare solo ora, commosso, a quasi due mesi dalla sua scomparsa. Per rendergli un omaggio più degno. Tutti vanno ricordati e amati quando sono in vita, quando si muore, nessuno ha più bisogno né di solidarietà né di conforto. Nel caso dei poeti, essi vanno via solo apparentemente, sono ancora vivi, giacché vive la loro Poesia.

PAROLE ALLA MADRE



Quando sarai morta,
io scaccerò dalla camera ardente
tutti i profanatori del tuo silenzio,
mi chinerò sull’ultimo palpito
che avrai serbato per il mio ritorno.
Poi, come giorni verranno
che sbatterà l’ombra del tuo sorriso
sul nostro confine,
io ti incarnerò giovine e bella,
ti porterò sulla spiaggia del mare.
Qui aspetterò che venga
al suo primo convegno, ebbro nel cuore,
l’uomo dalla voce serena
che t’animò sul seno
di vergine saggia
con le parole di sole.

Riconoscerò il passo di mio padre,
il ritmo del vostro respiro
come quando giacevo nella stanza
attigua, in quei mattini d’infanzia.
E se ripenserà che avesti
tanto dolore il dì che ti recisero
la carne del cordone ombelicale
e andasti così curva
per tutti i miei silenzi,
e, prima fra gli uomini, mi dicesti poeta,
vorrò riempire l’arco del tuo cielo
terreno con il pianto dell’allodola
quando ha perduto un’altra
delle sue strade verso l’infinito.



OGGI HO PARLATO AL TUO CRISTO



Abito ancora la casa del molo,
mi corico sulla tua tomba,
ascolto il vento,
che ancora ha tante notti da vegliare.
Oggi ho parlato al tuo Cristo delle acque,
che ti venne notturno, ti sedusse
a spire di silenzio.
Oggi gli ho detto: – << Cristo, miserere.
Batto contro di te come l’assedio
del mare sulla terra >>.

Renato Filippelli

1 luglio 2010

IL CORRELATIVO OGGETTIVO DI EUGENIO MONTALE: PARAFRASI DELLA POESIA “LA CASA DEI DOGANIERI”.

Nel post del 23 giugno avevo appena accennato al correlativo oggettivo nella poesia di Eugenio Montale, nato in terra ligure, molto legato alla ricca tradizione poetica della sua terra d'origine alla quale rimane radicato, terra ricca di apparizioni naturali che assumano il valore d'un misterioso richiamo, un paesaggio che egli sente come universale. Anche quando mira altri paesaggi, egli non dimentica mai gli odori della sua terra, la Liguria, questo paesaggio aspro, brullo, fatto di muri che si sgretolano, di viuzze strette, di secchi pendii, di mare e di limoni. Siamo dunque di fronte alla “poesia dell'oggetto” che avvicina Montale al correlativo oggettivo del poeta inglese Thomas Stearns Eliot. Si tratta, dunque, attraverso un linguaggio stilistico analogico, di correlare un'intuizione, un'emozione ad un oggetto reale, concreto, assegnando a ciascuno di essi le proprie sensazioni sentimentali che agitano l'inquieta memoria del poeta.




LA CASA DEI DOGANIERI

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale

Lo sfondo del paesaggio è la costa ligure, il poeta si rivolge a una donna che ha amato, ormai lontana. La casa è deserta e triste da quella sera, da quando la donna vi entrò col groviglio dei suoi pensieri che girovagavano irrequieti. Il libeccio, il vento di sud-ovest, frusta quelle vecchie mura, e il ricordo di quel riso è reso ancor più malinconico dalla cognizione che la donna è lontana e più non ricorda. Il poeta è disorientato, non ha punti di riferimento; gli sembra che la vita proceda all’impazzata, senza una senso preciso; come nel giuoco dei dadi le speranze e le promesse si rivelano ingannevoli. La donna non ricorda, la sua mente è certamente ingombrata da altri pensieri, e s’imbroglia il filo che dovrebbe legare il passato al presente, la donna amata al poeta. Il poeta ancora parrebbe sperare tenendone ancora un capo, ma anche la casa sprofonda nel passato, non è più quella d’un tempo, anche la bandierina che indica il percorso del vento gira implacabilmente come la bussola impazzita, quel ricordo è avvolto in un impossibile ritorno, chiuso in un labirinto senza uscita. La donna amata è irraggiungibile, il poeta non avverte più il suo respiro nell’oscurità della sera. L’orizzonte esteso e indeterminato pare fuggire, è illuminato a tratti dalle luci d’una nave: è qui il passaggio per arrivare in porto? Gli zampilli di luce all’orizzonte sono il segno d’una remota possibilità d’un suo ritorno? Questa è l’amara domanda del poeta. I flutti s’infrangono ancora sull’erta scogliera, ma la donna non ricorda più (come inquietante è quel “tu” che si ripete!). Il poeta è solo per sempre a rievocare la sera trascorsa in quella casa che ormai appartiene solo a lui, nell’amaro smarrimento non ha più criteri per comprendere e valutare il senso della vita.
(Antonio Ragone)

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