26 maggio 2010

BREVE INTRODUZIONE ALL'ERMETISMO DI GIUSEPPE UNGARETTI. PARAFRASI DELL POESIA "SONO UNA CREATURA".

Già i filosofi idealistici dell’Ottocento avevano postulato una futura "morte dell’arte", intesa nel senso stilistico-classico. Per naturale estensione si può racchiudere all’interno di questa definizione anche la cosiddetta “arte di scrivere in versi”, ovvero la Poesia, la forma più discreta di tutte le arti. Credo si possa sostenere che i primi segni di cambiamento nella poesia italiana si ravvisano in maniera considerevole in Leopardi, a mio avviso, il punto di arrivo e di partenza per una nuova letteratura, i suoi “Canti” formati da endecasillabi e settenari con molte rime sparse, alcune interne, rompono definitivamente con il classicismo aprendo verso sperimentazioni di molti poeti dell’Ottocento, tra cui Zanella e Pascoli, il quale viene indicato da taluni critici come il vero iniziatore virtuale della poesia del Novecento.

Ma la vera innovazione della poesia del Novecento avviene con l’avvento della cosiddetta “poesia pura” di Ungaretti come contrapposizione alla retorica di Carducci e all’estetismo di D’Annunzio, ai quali già precedentemente si erano proposti i poeti crepuscolari come Corazzini e Gozzano, e in una certa misura, il tentativo futuristico, anche se tramutatosi in un fallimento, della poesia di Marinetti.
Ungaretti, dunque, è il vero iniziatore della poesia italiana del Novecento, che contrappose la sua “lirica pura” come esigenza straordinaria da offrire ad un secolo appena nascente: parole pure, quindi, depurate da ogni esteriorità, rese essenziali nella forma grammaticale e poetica, semplificando e a volte sconvolgendo la sintassi, evitando la punteggiatura e financo articoli e congiunzioni, rendendo l’interpretazione intricata e difficile attraverso l’uso di analogie ritenute complesse, che portò addirittura, nel 1936, il critico Francesco Flora a coniare, in maniera ingiusta ed esagerata, il termine letterario “ermetismo”, divenuto poi definizione, nel senso positivo del termine, d’una caratteristica letteraria che ha influenzato tutta la poetica del Novecento e gli inizi del terzo millennio.
Numerosi sono i grandi poeti di questo periodo. La poesia è morta qui? Credo assolutamente di no, la poesia c’è, forse è la società attuale che, priva di punti di riferimento, è distratta dalla frenetica fretta del consumismo imposto dal mercato globale.

Anche alla luce di quanto descritto, di Giuseppe Ungaretti propongo la poesia Sono una creatura, scritta nel 1916 nel pieno fragore della prima guerra mondiale, alle pendici del monte San Michele dove sono scavate le trincee.
 
 
SONO UNA CREATURA



Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata


Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo


La vita di trincea nel paesaggio arido e pietroso del Carso suggerisce ad Ungaretti un’analogia tra la natura desertica che lo circonda e il suo animo devastato dagli orrori della guerra. L’elenco delle caratteristiche della roccia, fondato sulla ripetizione dello stesso costrutto sintattico, ha lo scopo di esprimere, meglio di una descrizione diretta, la situazione di sbigottita aridità sentimentale del poeta. Il suo dolore non può sfogarsi nel pianto perché è soffocato dalla disumanizzazione prodotta dalla guerra. Anche il suono di alcune parole usate da Ungaretti contribuisce a dare alla poesia un tono duro, scarnificato, fino alla straordinaria strofa finale, con l’affermazione ferma e pacata che il sollievo della morte si deve pagare con le sofferenze della vita. (Antonio Ragone)

22 maggio 2010

ANTONIO RAGONE: PARAFRASI DELLA POESIA "L'ALBATRO" DI CHARLES BAUDELAIRE.


Già ho trattato della poesia “L’albatros” di Charles Baudelaire, poeta francese nato a Parigi il 9 aprile 1821 e morto nella stessa città il 31 agosto 1867.
Ma credo sia opportuno approfondire questa poesia che resta una delle più emblematiche e famose del simbolismo francese che molto ha influito sulla poesia italiana contemporanea.
Propongo la poesia nell’originale baudelairiana e una mia rielaborazione, anch’essa già presente su questo mio sito web. (cliccare qui)



L’ALBATROS


Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid!
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.

Charles Baudelaire ( da Les fleurs du mal)


L’ALBATRO

Sovente, per vile trastullo, gli uomini d’equipaggio
spezzano il libero volo dell’albatro, solenne uccello del Mare,
mentre segue, indolente compagno di viaggio,
il vascello che naviga sopra le profondità amare.

Ma, ecco, l’hanno soggiogato sulle penose palanche,
questo Re dell’azzurro, ora goffo e gli occhi dimessi,
che lascia misero le grandi ali bianche
trascinare come inservibili remi accanto ad essi.

Questo viaggiatore alato, com’è confuso da se stesso espulso!
Così bello innanzi, ora è grottesco e solo!
Chi con la pipa stuzzica il becco al pellegrino avulso,
chi, zoppicando, mima lo stroncato suo splendido volo.

Il Poeta è questo principe dei Nembi Eterni
che vive la tempesta e se la ride dell’arciere;
esule sulla terra in mezzo agli scherni,
le ali di gigante gli impediscono d’incedere.

Rielaborazione di Antonio Ragone (da L'isola nascosta - Ed. Akkuaria 2007)


Il tema di fondo della lirica è dunque quello del contrasto tra la società e il poeta, il suo doloroso esilio tra gli uomini, l’inutilità della poesia nella società, specialmente in quella attuale, che in questa poesia viene rappresentata dalla irriverente stoltezza dei marinai. La lirica, dopo una iniziale apertura narrativa-descrittiva, viene svolgendo nella seconda parte la similitudine dell’albatro-poeta. L’albatro è il re dell’azzurro con la sua grande apertura alare fino a quattro metri, che pur non concedendogli rapidità, gli assicura un volo lento, uguale, cadenzato, che dà il senso d’un maestoso volo sopra le profondità degli abissi marini, amari perché il mare è anche simbolo del Baratro, della caduta, dell’incubo. Tanto più maestoso e signore si muove verso il cielo, l’albatro-poeta, tanto più profondo diviene il terrore della caduta, l’angoscia dell’abisso. Riportato sulla terra, ovvero la tolda della nave, l’albatro-poeta si trova subito incapace di agire in una società che gli ha tolto qualsiasi ruolo, per questo le sue ali di gigante gli impediscono di camminare e tanto meno di volare. Eppure nel cielo sfidava intrepido le tempeste, non temeva gli arcieri. Come l’albatro è il Poeta, le frecce dell’arciere non possono raggiungerlo, perché nel suo regno il Poeta è troppo forte e può ridere e non temere chi tenta di colpirlo.

15 maggio 2010

ANTONIO RAGONE: UNA LEGGENDA DEI "DUE FRATELLI" DI VIETRI SUL MARE.


Sulla riva del mare di Vietri sul mare due fratelli pastori pascolavano e custodivano il loro gregge. Sulle onde del mare apparve la sublime bellezza d’una fanciulla marina, che io chiamerei Poesia: ella si lasciava dolcemente cullare suggestivamente e quietamente dalle onde del mare della vita.
Improvvisamente il mare mutò d’umore e divenne insofferente ed agitato, le sue onde si sollevarono  minacciose travolgendo l’incantevole fanciulla. I due fratelli, con istintuale passione, si gettarono tra i marosi per salvarla, le loro pecore li seguirono premurosamente.
Il mare, come spesso accade, non ebbe pietà, tutti finirono travolti dalla furia dei cavalloni e annegarono nel vano tentativo di salvare la bellezza.
Poseidone, il mitologico dio del mare, non riuscì a placare la bufera marina.
S’addolorò per il loro coraggio e la loro passione trasfigurandoli in due superbi scogli, da allora sempre chiamati “I due Fratelli”. Le piccole rocce d’intorno sono le “pecorelle”.


I MIEI TEMPLI

Ho rivisitato i templi del passato
alti maestosi e fieri
d’essere ancora qui nei miei pensieri:

il luogo autunnale che m’accolse
la pietrosa scogliera che mi crebbe
alla vista delle due rocce affioranti

dei due fratelli, i temporali marini
simili ai miei nascosti pianti
l’agave il carrubo il fichidindia   *
l’orizzonte misterioso e seducente

l’incompiuto porto di quegli anni miei
il rustico viale dei primitivi giochi
il lavatoio e gli anni stesi al sole
il paiolo per scaldare l’acqua
sulla brace del camino nell’inverno

le piogge ove sostavo per bagnarmi
lieto del loro dolce battito, unito
al palpito impaziente del mio cuore
così il tempo silenzioso procedeva
fin dove adesso senza rovine io scrivo
con la mia mano matura la mia vita.


* Ho scritto la poesia “I miei templi” nel 2010 in un impeto d’intensa emozione. Quando l’ho riletta, mi sono soffermato al verso 9) e lì ho molto riflettuto. In originale era: “l’agave il carrubo il ficodindia”. So bene che il singolare di questa pianta delle cactacee è “ficodindia”, ma  mi sono accorto che il verso, pur volendolo tutto al singolare, oltre che spezzare il ritmo del percorso poetico, non rendeva appieno il senso di ciò che volevo descrivere, e soprattutto “il ficodindia” non mi restituiva il risultato desiderato, l’effetto dell’ampia carnosità di queste piante appiccicate, quasi abbracciate l’una all’altra, che invece mi si manifestava solo al plurale (fichidindia). Allora, il dubbio era: portare tutto al plurale “le agavi i carrubi i fichidindia” (ma non andava bene, m’appariva pleonastico e fuori contesto) oppure lasciare il ficodindia, che tuttavia non soddisfaceva l’esigenza che in me avvertivo. Ho sciolto il dubbio ricorrendo ad una piccola ma incisiva “licenza poetica”, (quell’artifìzio letterario cui si fa ricorso per rendere più funzionale un componimento poetico) con:
“l’agave il carrubo il fichidindia”.
Antonio Ragone
(Da " I passi sul sentiero sconosciuto - verso marine sponde -" II Edizione - Giovane Holden Edizioni 2010; poi in "Riverberi vietresi" Edizioni Akkuaria 2012).

10 maggio 2010

ANTONIO RAGONE: IL SENTIERO DEGLI DÈI DELLA COSTIERA D'AMALFI


LA LUCE ROSATA 
 DELL'AURORA


Il sentiero degli dèi.
Già il nome che richiama i suggestivi paesaggi mitologici dell'Olimpo descrive in sé il meraviglioso paesaggio naturale della costa di Amalfi.
Questo sentiero montano che s’abbandona a tratti alla marina vista del golfo di Salerno, un sublime squarcio che si dilata e si diffonde dalla mitica costa di Capo Palinuro fino all'isola di Capri.
A mezza costa, ai piedi della massa pietrosa di Sant’Angelo a Tre Pizzi, il sentiero collega Bomerano di Agerola con Positano, tra scalinate e stretti percorsi costieri, passaggi scoscesi scavati nella roccia. S’incontra un antro, s’attraversa e si prosegue incrociando un ripido sentiero, indi il tratto diviene più dolce e semplice fra vigneti d’uva e filari di pomodori.
Poi la strada ritorna tortuosa e selvaggia, tutto d’intorno è uno spuntar di selvatici fiori, la pungente ortica, il furente fichidindia e la muraiola parietaria, ove, su ruinosi muri spesso sostano al sole scorzosi gechi impauriti al passo. Tutto è profumo insistente di macchia mediterranea, alberi di castagni, carrubi, querce, eucalipti, chiazze di rosselli, ontani e lecci.
In alto, voli di corvi e l'inconfondibile ombra del falco pellegrino.
Infine, un tragitto caratterizzato da un percorso costiero fitto di saliscendi, pascoli di pecore e cavalli, s’attraversa poi il piccolo borgo romantico e  rurale di Nocelle, e millecinquecento scalini conducono alla sovrastante frazione di Montepertuso, è Positano.
S’elevano le carnose foglie dell’agave fino al suo grande fiore giallastro, si sente il rumore del mare e il suo odore di salsedine, pescherecci in lontananza e il volo ravvicinato dei gabbiani.
Ora, si può prendere il largo nell’ampio mare della vita con il timore e la speranza di oltrepassare la retta linea dell’orizzonte.



LA LUCE ROSATA DELL’AURORA


Contavo d’arrivarci al più presto,
prima che la luce rosata dell’aurora                                               
tingesse l’onde lievi,
volevo andar via, prendere il largo,
solo io e il gozzo color striato d’azzurro
mare e bianco d’insistente luna.
Avevo corso tutta la notte,
scendendo giù per l’irrequieta scogliera,
a tratti incontrando solo ombre inesistenti
che infiammavano ancor più la piaga
delle mie amiche le incertezze.
A tratti, come accade per quelle mie vie,
una stretta screpolata stradina
mi conduceva più veloce
verso la meta che anelavo,
timoroso tardi di raggiungerla.
Non c’erano gechi già sui muri screpolati
né serpi tra la scabra e fragrante erba salata,
io solo c’ero, e la mia corsa di fanciullo
invecchiato di sole di mare e di speranze.
Alfine giunsi sulla spiaggia calma
di sole e di rumore, i piedi nudi agitar
facevano la sottile rena. Ecco la mia vela.
E io solo, gli ormeggi sciolsi e presi il largo.


Antonio Ragone (Da “I Passi sul sentiero sconosciuto - verso marine sponde – Giovane Holden Edizioni 2010)

6 maggio 2010

ANGIOLETTA FACCINI: UNA POETESSA INCONTRA IL SUO PASSATO SULLE RIVE DEL FIUME DEI POETI.


Dunque, non mi è facile descrivere o commentare queste mie  ultime, è un "viaggio" introspettivo nel mio passato in compagnia del mio passato!
Io ed il mio passato, sottobraccio, ma al contempo il mio passato sono io. insomma, io e il mio passato a rivedere il mio passato! Gli chiedo di "non far rumore", c'è sempre qualche distrazione perché non è facile guardare nel proprio passato con onestà.
Gli Alberi che costeggiano il viale, sono i vari personaggi che hanno fatto parte della mia vita, anche personaggi della terra d'Egitto, gli amici, il desiderio di ritorno in quella terra.
I rimpianti...

… il mio passato… come fosse un amico fidato!

 Si, siamo "così"!


Incontro col passato I

Un incontro col passato?
Ah! potrebbe accadere!

passerò in rassegna
i malefici che mi furono dati
le grazie che ebbi avuto

e stilerò poi un resoconto
dei pro e dei no

proseguirò così il mio
prossimo cammino 
nel segreto di me
celando la mia ombra 

22 aprile 2010


Incontro col passato II

Facciamo un giretto io e te
teniamoci sottobraccio
iniziamo a camminare
io e te

è lungo
il viale del trascorso

Alberi costeggiano il Viale
alberi di origini diverse
un po’ qui di questa terra
un po’ là dove m’è cara: l’Egitto
che spesso rivedo in sogno

E m’incanti
all’unisono siamo io e te
sei passato e sei presente

scendiamo dunque nei meandri della memoria
che ora è avvicinabile
e non sviarmi col tuo rumore
iniziamo a spazzar via i rimpianti
spezziamo quei flebili legami
con chi volle arrecar malaugurio

la resa dei conti è vicina

tante volte abbiamo perdonato
tante volte abbiamo dimenticato
chi volle arrecar malaugurio

Dimmi, quante furono le grazie?
Poche?

Ah! m’occorre più fermezza
riprendiamo il percorso
di nuovo senza timore
senza remore

2 maggio 2010

Ti lascio questa nuova di questa mia sera, non so, è da stamani che le parole, i versi bollono e ribollono nel mio calderone (me stessa)! Sono stanca per la giornata un po’ così, che come ti dicevo, sono giorni che in me bollono versi, pensieri e parole come io amo definire a volte.
Ho letto più volte la tua lettera ad un amico e ne convengo: fa bene alla poesia il periodo d'introspezione in cui ci si imbatte, lungo o breve che sia.
Ho letto più volte queste tue righe e devo dire che "mi hai dato una spiegazione" hai risposto ad una delle mie domande senza risposta, il periodo d'introspezione a cui spesso andiamo incontro, spesso cela risposte che non vediamo al momento (almeno a me sovente accade così).
Forse noi animi poeti, diamo davvero tanto in cambio di molto poco!

Niente Antonio, volevo solo dirti che convengo con quanto tu descrivi nelle tue righe e volevo ancora ringraziarti. Angio


Il fiume dei poeti

Non si può fermare il fiume dei poeti
nemmeno prosciugare il loro inchiostro
perché si rifà da solo... il fiume dei poeti
è immune alle siccità
e non va in secca
qualunque sia il tema

3 maggio 2010


E ti mando una poesia dedicata alla mia Nonna Maria

Alla mia Nonna Maria.

La mia nonna Maria
m’ha dato la magia

la magia delle parole dette al tramonto
dinanzi al limpido blu dell’incantevole sera
E sebbene tarda sera non fosse
v’era la magia delle stelle spiegate
e sparse nel prematuro buio montano

e il tanto che m’ha dato la Vita
di bimba prima,
di ragazza durante
di donna poi
ha fatto si che arido sia divenuto il mio cuore
da pormi solenni dilemmi?

Quel tanto che m’ha dato la Vita
di bimba prima,
di ragazza durante
di donna poi 
ha fatto si che il mio riso si beffasse,
si burlasse di me nell’eterna  lotta ?

ma la mia nonna Maria
non m’ha dato in dote questa magia
da donare a bimbi come me

2009

© Angioletta Faccini

4 maggio 2010

ANTONIO RAGONE: PARAFRASI DELLA POESIA "L'ISOLA" DI GIUSEPPE UNGARETTI.


Molti mi han chiesto di fornire una parafrasi della poesia  L’isola di Giuseppe Ungaretti.
Prima di tutto è da chiarire che nel procedimento relativo a poetiche moderne come l’ermetismo, ovvero la poesia pura, riveste notevole importanza l’analogia, che, in pratica è una comparazione tra due termini, dove viene sostituito il rapporto di identità con la soppressione del come proprio della similitudine. In questo caso, quindi, l’isola non è da intendersi in senso stretto nel suo significato puramente semantico di “isola”, ma come ha affermato lo stesso Ungaretti, come luogo di isolamento, solitudine, silenzio.

Presso una spiaggia, dove una perenne oscurità era creata da antiche selve assorte, silenziose, in una situazione di raccoglimento, approda il protagonista, una persona non nominata, in effetti lo stesso poeta, in cerca si silenzio e raccoglimento. Il silenzio è tale che il personaggio è attratto dal rumore d’un uccello o d’uno stormo, levatosi in volo dalla superficie dell’acqua tremolante, come un batticuore. Una larva, un’apparizione incerta, dai contorni indefiniti, (qui rappresenta la vaghezza della vita) che poi assume forma e sostanza nei due verbi languiva e rifioriva, che si riferiscono al respiro d’un corpo addormentato, una misteriosa ritmica alternanza di languore e fioritura, appartenente ad una ninfa, un personaggio della mitologia classica, un essere sovrannaturale abitante dei boschi e dei fiumi, (siamo dunque in mondo di favola) che dorme abbracciata ad un albero d’olmo. Il personaggio approdato in questo luogo erra in se stesso, in un proprio paesaggio interiore, passando da apparizioni illusorie (da simulacro) ad esperienze reali della fiamma vera provocata dal desiderio suscitato dalla visione della ninfa, mentre l’ombra si raccoglie negli occhi delle vergini, altre ninfe, come si raccoglie l’oscurità della sera ai piedi degli ulivi. I rami degli alberi fanno filtrare il tepore carezzevole dei raggi solari, come una lenta pioggia di frecce, rendendo luminoso il tappeto erboso, toccato dalla luce filtrante fra gli alberi. Le mani del pastore (altro favolistico personaggio del paesaggio) appaiono lisce e trasparenti come vetro, come consunte da una febbre interna.

Si tratta dunque, attraverso un susseguirsi di analogie, di un’esperienza di raccoglimento e distacco dalla realtà che il poeta (un egli mai nominato) ambienta  in un paesaggio al di fuori del tempo e dello spazio reali.

Antonio Ragone

1 maggio 2010

GIUSEPPE UNGARETTI E L'ERMETISMO: L'ISOLA


Negli anni settanta un gruppo di persone, Antonio Fiorito, Giorgio Senesi, Fulvio Balestrieri e Antonio Ragone, insieme ad altri, fondò un circolo culturale che fu denominato Progetto Culturale ‘77. L’inizio non fu semplice, la strada della cultura, della letteratura e della poesia non è mai facile. Tuttavia gli sforzi iniziali portarono ad una discreta concretizzazione di questo progetto, arrivammo ad organizzare finanche delle conferenze, ricordo quelle memorabili di Fiorito su Dante. Io parlai una sera di Giuseppe Ungaretti e dell’ermetismo (Fiorito ha sempre detto che io sono nato ungarettiano): aveva ragione e io stesso ne ho sempre convenuto, anche se nel corso degli anni, come tutti i poeti, ho cercato di assumere una definizione del tutto personale, pur se è decisamente attendibile affermare che tutta la poesia del novecento fino ad oggi, ha risentito e risente dell’influsso ungarettiano. Tra i presenti, quella sera, c’era una persona che aveva scritto e pubblicato un libro, tra l’altro con la mia stessa casa editrice di allora, dal titolo emblematico La non-poesia di Ungaretti, che mi pose appunto la questione della difficoltà a comprendere il perché di una poesia che aveva rotto tutti gli schemi della poesia lirico-melodica italiana. Non aveva evidentemente capito i segni dei tempi né le motivazioni storico-culturali che portarono a quella che fu definita la poesia della parola pura, la parola scavata  nella vita come un abisso, che diventava poesia, chiusa, libera da metriche, per questo poco comprensibile. La poesia ermetica fu così chiamata nel 1936 dal critico letterario Francesco Flora il quale utilizzando l'aggettivo ermetico volle appunto definire un tipo di poesia caratterizzata da un linguaggio difficile, chiuso e quindi misterioso. Ebbene quella persona, (non so perché ma, mi perdoni, ho dimenticato il nome) a dimostrazione della sua tesi, mi portò come esempio proprio la poesia che propongo oggi, la bellissima L’isola, che Ungaretti scrisse nel 1925, all’interno della raccolta di Sentimento del Tempo.

Ungaretti stesso così la commentò: Il paesaggio è quello di Tivoli. Perché “L’isola?”. Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono solo.

Si tratta dunque di un’esperienza di raccoglimento e distacco dalla realtà, ove il lettore può pensare ad un sogno oppure alla mitica Arcadia popolata di ninfe e pastori: la vaghezza, la possibilità di letture plurime è intrinseca a questa poesia, che consiste tutta in un succedersi d’immagini volutamente analogiche che trapassano indefinitamente l’una nell’altra, suscitata da espressioni spontaneamente ambigue

leggi parafrasi qui
(Antonio Ragone)

L’ISOLA

A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s'inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch'erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell'acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch'era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L'ombra negli occhi s'addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s'erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.

Giuseppe Ungaretti

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