26 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: FILASTROCCA DELLA LUNA PIENA


FILASTROCCA DELLA LUNA PIENA




E stanno tutti ad aspettarmi
Lungo il margine del fiume
C’è la luna, c’è la luna
Che stanotte è luna piena.
Cercherò d’esser presente
Come sempre in questa notte
Voi che state ad aspettarmi
Non andate via di fretta
Non c’è altro da vedere
C’è la luna solo quella.
È sereno pure il buio
Non c’è alito di vento
C’è l’umor d’acqua stagnante
Ma ci vuole pure quello.
Che rimane ormai del mondo
Se non gli occhi verso il cielo
C’è la luna forse è vecchia
Ma è lassù così leggera.
Voi state pure ad aspettarmi
Riposate i vostri sensi
Così sfiancante è stato il giorno
Cercherò di far ritorno
Lungo il margine del fiume
Com’è stato tante notti
Dove abbiamo sospirato
Io per primo io per primo
D’averla tutta intera questa luna.
Ma chissà dovessi ritardare
Vi prego voi restate ad aspettare
Ci sarà notte come questa
Altra luna luna piena.

Antonio Ragone (Da “I Passi sul sentiero sconosciuto - Verso marine sponde - II Ed. Giovane Holden Edizioni 2010)

22 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: OMAGGIO AL POETA LUCIANO ERBA

Luciano Erba è nato a Milano il 18 settembre del 1922, è stato titolare di Letteratura francese all’Università di Padova (ch’ebbe, come rettore, negli anni 1871-1872, un poeta a me molto caro, Giacomo Zanella).
Luciano Erba si è sempre volutamente tenuto lontano dalla vita letteraria italiana, preferendo dedicarsi allo studio di poeti francesi del Seicento e del Novecento, che ha anche tradotto. Compaiono, soprattutto nella prima produzione poetica di Erba, eleganti giochi compositivi intorno a una figura, quadretti raffinati assemblati da una controllatissima intuizione ironica. In questa poesia che vi propongo  è descritto un personaggio femminile che viene staccato dalla propria vicenda biografica mettendo in rilievo un capo di vestiario, il largo cappello blu di tulle che isola all’improvviso la Grande Jeanne dal suo passato di prostituta, negli anni della guerra, proiettandola nel sogno sempre più alimentato e ossessivo di una recuperabile “vita per bene”, attraverso se stesso come funzione di salvatore, metaforizzandosi in una lepre di montagna, simbolo di sospettosità e di velocità.



LA GRANDE JEANNE

La Grande Jeanne non faceva distinzioni
tra inglesi e francesi
purché avessero le mani fatte
come diceva lei
abitava il porto, suo fratello
lavorava con me
nel 1943.
Quando mi vide a Losanna
dove passavo in abito estivo
disse che io potevo salvarla
e che il suo mondo era lì, nelle mie mani
e nei miei denti che avevano mangiato lepre in alta montagna.

In fondo
avrebbe voluto la Grande Jeanne
diventare una signora per bene
aveva già un cappello
blu, largo, e con tre giri di tulle.

Luciano Erba



17 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: PRESENZA


Come mi è solito fare, spesso vado pei sentieri di montani boschi inumiditi di notturna pioggia, inoltrandomi, con impegno e passione, oltre i limiti della fiducia e della disponibilità. È così che sovente avviene di trovarmi immerso tra secchi cespugli giallastri e sempreverdi arcate di roventi spine. E mi ferisco, lasciando sull’erba molle gocce del mio sangue. La ferita brucia al sale dell’indifferenza, che impone in ogni caso la necessità d’una presenza cui rivolgersi. I poeti scrivono i diversi periodi della propria vita come li vivono, così, un giorno non molto lontano, nacque, tra altre, questa mia poesia. Un po’ dura, come le fredde pietre dell’amarezza che talvolta incrocio nei miei passi, sempre comunque pronto a ripercorrere altri sentieri pur bevendo sorsi di sana malinconia. 



PRESENZA

In tutti questi anni
T’ho seguito mai perso
T’ho visto fermarti
Con uomini e donne

Ho scritto ogni cosa
Di quello che hai fatto
Ho nascosto il diario
Di tutta una vita
        
         Ora non hai tregua

Nelle stanche mie mani
Ti tengo ben stretto
Da tempo conosco
Ogni tuo celato segreto

         Ora non hai tregua

                   Puoi soltanto uccidermi



 

15 febbraio 2010

ANGIOLETTA FACCINI: LA POESIA E IL SILENZIO


Queste poesie sono riferite a me, che non sento (sorda o audiolesa), con un vissuto abbastanza aspro e doloroso specie nell'ambiente famigliare dove per tanti anni è regnata la diffidenza forse più da parte mia. Avevo 3-4 amici che come me componevano, amici che dipingevano ed amici che scolpivano ed una che suonava il piano - tutti 16'enni. Sovente la sera quando non uscivo, dopo aver aiutato mia mamma a sparecchiare e lavare i piatti, mi sedevo al tavolo e scrivevo una lettera a qualche amica lontana, o poesia se ne ero sotto l'influsso di quel momento, insomma ero considerata un po’… "stramba"! ero diversa anche per quest'aria che m'aleggiava.
Ora a distanza di anni, in occasione della mamma bisognosa di cure ed aiuto, la frequenza fra noi fratelli e specie con la sorella ha fatto riemergere quella diffidenza che pareva sepolta nei meandri della memoria.


Musica del silenzio, è stata inserita nel CD con le poesie ritenute migliori dalla giuria di ALI Penna d'Autore.



Musica del silenzio

Note del silenzio 
adornano i miei giorni
è il suono che nessuno ode
soltanto l'alma mia
che a volte si dispera nel rumore del silenzio

non v'è chiarore né rumore
l'occhio ascolta le parole
sospettoso
tenta d'ascoltare qualche frase

si libra aurea
la musica del silenzio

il cuore parla
riferisce di parole amare

14 ottobre 2008


Diverso

Non è ammesso avere una vita
 in comune con difetti della natura
non può essere un mondo “unificato”!
voci, suoni, vibrazioni = rumore!
silenzio = assenza di rumore!

Il coraggio dei vent’anni
sorpassa l’aspra verità
l’amaro del passato riscrive il colore
della  sofferenza
il dolore della non possibile unione
delle diversità

Mai sarà vita partecipe
all’interno della propria famiglia
perfino un grande amore non risalta
se unito col diverso
e la leale fratellanza
resta utopia, illusione

M’è  grave il peso dell’incoscienza del tempo andato
e sovrasta questa consapevolezza

06 febbraio 2010


Il mondo del silenzio

Non guardarmi negli occhi 
se non sai parlare col silenzio
e non esser solidale, tanto
sarebbero frasi fatte proferite in circostanze
scomode e inaspettate

Non far domande fingendo
desiderio di comprensione della materia

Il mondo del silenzio non lo puoi comprendere
se non ami davvero colui che vive
in esso appartenendo ad esso.
   
06 febbraio 2010



©Angioletta Faccini 

13 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: OMAGGIO ALLA POETESSA ANTONIA POZZI



Ricorre oggi il 98° anniversario della nascita della poetessa Antonia Pozzi.


Antonia Pozzi nacque a Milano il 13 febbraio 1912 e morì suicida nella stessa città il 3 dicembre 1938, all’età di soli 26 anni. Vive i suoi anni attraversandoli con la sua sensibilità morale e l’attitudine sentimentale verso tutte le forme di attività artistica. Viaggiò molto, scrisse molte poesie, insegnò negli ultimi tempi, una donna insomma che viveva la sua vita con apparente normalità. Ma cos’è la normalità? Forse è sempre solo apparente? È attratta dall’amore per l’arte, la fotografia, la cultura e la poesia, s’impegna nel sociale a favore dei poveri. La sua estrema sensibilità lesse tutte queste cose negli occhi “dall’aria triste” del suo professore al liceo di greco e latino, Antonio Maria Cervi, del quale presto s’innamora soprattutto per i suoi ideali, la sua profonda cultura e la sua moralità. Antonia Pozzi ne rimase dapprima affascinata, poi ci fu l’amore che incontrò l’ostacolo paterno. Numerosi, quindi, i suoi interessi artistici e culturale, ma, in realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un persistente dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a quietare. L’assenza di una fede, verso la quale Antonia, pur avendo uno spirito intensamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo della sua breve vita: è il 3 dicembre del 1938.
“Triste orto abbandonato l’anima / si cinge di selvaggi siepi / di amori: / morire è questo / ricoprirsi di rovi / nati in noi”.

L’Opera di Antonia Pozzi possiede una profonda unità tematica e poetica, l’amore, la vita, la morte, l’invocazione religiosa, la maternità frustata, la stessa poesia, racchiusi nella cornice di purissimi scorci di paesaggio dominato dal cielo, o di delicatissimi notturni, che si immergono nel baratro di una tragedia individuale prima di potersi confrontare con la tragedia collettiva della guerra.
Nel 2009 è stato realizzato un film sulla sua vita e sulle sue opere dalla regista Marina Spada, passato “naturalmente” quasi inosservato. Vi propongo qui il trailer. (Antonio Ragone)

PREGHIERA ALLA POESIA
Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.
AMORE DI LONTANANZA
Ricordo che, quand'ero nella casa
della mia mamma, in mezzo alla pianura,
avevo una finestra che guardava
sui prati; in fondo, l'argine boscoso
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
c'era una striscia scura di colline.
Io allora non avevo visto il mare
che una sol volta, ma ne conservavo
un'aspra nostalgia da innamorata.
Verso sera fissavo l'orizzonte;
socchiudevo un po' gli occhi; accarezzavo
i contorni e i colori tra le ciglia:
e la striscia dei colli si spianava,
tremula, azzurra: a me pareva il mare
e mi piaceva più del mare vero.
Antonia Pozzi

11 febbraio 2010

EDOARDO CILLARI: MALINCONIA, È ANCHE NEL PROFUMO DEL TEMPO

Carissimo Antonio, non sai che gioia mi abbia dato leggere, dalla ultima tua e-mail, i tuoi ricordi da bambino... a chi, peraltro, non è capitato di tornare a casa bagnato fradicio per sorbirsi, ineluttabili come... il passar degli anni, le reprimende più o meno bonarie della propria mamma, peraltro, direi, quasi... istituzionalmente delegata a farci da guida (a volte un po’ troppo apprensiva... oggi si direbbe "pallosa"...) ma questo lo si dice quando si è giovani, poi col tempo si rivaluta immancabilmente anche quest'aspetto che negli anni dei... brufoli ci faceva penare non poco. Mi è capitato tempo fa di pensare a Pinocchio ed alle due figure che incarnavano proprio questo mondo di premure, di esperienza, di consigli "pro bonum", ovvero la fata dai capelli turchini ed il grillo parlante, e così mi è venuto da pensare che ognuno di noi, nell'infanzia, è stato "marchiato a fuoco vivo" dai consigli, dai sacrifici, dall'esempio della prima persona che i suoi occhi hanno visto: e ciò, caro Antonio è vero per tutti: belli, brutti, uomini potenti e umili contadini, ricchi sfondati e clochard: fatto sta che la mamma è il primo e decisivo imprinting per tutti gli esseri umani, e, da esperto/appassionato di lingue, mi sono sempre meravigliato del fatto (che credo veramente non casuale) che in quasi tutti gli idiomi di tutti i ceppi linguistici la parola che designa la madre abbia un suono più o meno simile… mum, mère, mutter, majka o mama... (questo è serbocroato!)… chissà perché, ma veramente credo che non sia un caso... così, caro Antonio, puoi vedere che non solo i poeti, ma anche i... linguisti hanno dalla vita la loro dose di misteri senza una soluzione equanimemente condivisa.

Edoardo Cillari

9 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: MALINCONIA

Guardare oltre la malinconia è come alzare lo sguardo al di là di un muro di cemento, è guardare acutamente verso l’orizzonte dove forse finisce il mondo, è arrampicarsi sulla montagna rocciosa della vita a mani nude. E pensare allora che nulla ci sia oltre la malinconia, per immaginare, ancora più oltre, appigli anche solo apparentemente resistenti e sicuri, immaginare il vento insistente che ci porta via, ci conduce nella vita che prosegue mentre continuiamo ad arrampicarci. La malinconia, citando una frase baudelairiana, è sempre un sentimento inseparabile dal bello.

La malinconia, quando ci assale, ci proietta tutta la nostra vita, le nostre lontane speranze disilluse, le attese dell’adolescenza.

Ho frugato nei cassetti della mia memoria, ho trovato questa poesia scritta in quegli anni acerbi , mai pubblicata, è una poesia degli anni in cui andavo sperimentando la Poesia stessa, l’ho ritenuta non degna di renderla nota, o forse chissà, ho voluta tenerla nascosta per sentirla solo mia, intima gelosia. Ora la denudo sul blog della mia vita, sorprendendomi io stesso di come in quella mia età acerba già si pensi alle cose perdute.



MALINCONIA


Spesso la notte, quando tarda l’ora,

ancora mi ritrova insonnolente

nel tempo addormentato e la canora

estate, a me nel giorno indifferente.


Guardar la mosca appesa a una bottiglia

vuota, e la fiamma di candela pia,

e riscoprire a un tratto, o meraviglia,

che troppe cose ho perso per la via.


Luglio riposa e il bel paese tace

in questa notte piena di frescura,

parlare al cuore che non trova pace

e raccontarlo a un ragno, che paura


del giorno costringe a girovagare

al buio sulla sbiancata parete

di tant’anni, e in un tratto ricordare

quando acqua non c’era e c’era sete.


Ho perso tutto innocentemente,

non resta che lo sfogo alla poesia

di chi farebbe tanto e non può niente,

e il primo cane abbaia nella via.


Antonio Ragone


4 febbraio 2010

ADRIANA PASSARI: OLTRE LA MALINCONIA...

Torno dopo un lungo periodo di silenzio, senza però aver mai smesso di leggere i post di Antonio e i commenti di chi legge. E vorrei farlo con una riflessione ed una poesia. Seguendo nei mesi il filo di questo blog, mi sono resa conto di come siamo sensibili alla sofferenza, alla fatica a volte di vivere, alle immancabili delusioni, al dolore per un presente che per molti aspetti sentiamo estraneo alla nostra anima. E allora sono andata a cercare qualcosa che vada oltre, quello slancio che vede, oltre la nostra finitezza, la luce della "scintilla divina"… e ho trovato questa poesia di Hikmet. Vorrei proporre, come a suo tempo per la "terra dei Padri e delle Madri", una riflessione-ricerca "oltre la malinconia"... in quel senso di pienezza, di appartenenza, di cui abbiamo già parlato a proposito di Francesco. Ce la faremo?
Adriana Passari

ADRIANA PASSARI: "ALLA VITA" DI NAZIM HIKMET

ALLA VITA

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell'al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini gli uomini
di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Nazim Hikmet Ran
è stato un poeta turco, naturalizzato polacco, nato a Salonicco il 20 novembre 1902 e morto a Mosca il 3 giugno 1963.

3 febbraio 2010

ANTONIO RAGONE: SALERNO E LA NEVICATA DEL 1956

La campagna romana s’è svegliata stamane sotto uno strato di neve. Belli da vedere gl’innevati alberi squarciare bianchi il buio dell’aurora. È risalita alla mia memoria la nevicata del 1985, e ancor più da lontano la nevicata del 1956, avvenuta in questo stesso periodo dell’anno, io fanciullo meravigliato mirando la costa bianca, bianche le navi nel porto, la spiaggia e le dormienti barche sulla rena. Mi son chiesto stamane se qualche fanciullo, oggi, ancora di qualcosa si meravigli!




SALERNO E LA NEVICATA DEL 1956

A questo proposito, vi propongo un brano tratto dal mio racconto “Il gatto d’un regno lontano”: (per leggere l'intero racconto fare clic qui)

"Intanto, il mio viaggio proseguiva, l’implacabile tempo, di nascosto, mi trasportava lentamente verso un mondo più ampio.
Il mare sottostante mi teneva compagnia, lui non mi lasciò mai; spesso scendevo a Salerno per andare a scuola, a piedi, ogni passo era un nuovo pensiero, una nuova domanda a cui dare una risposta ancora da maturare.
Fu una di quelle mattine, poco prima di Palazzo Olivieri, tra la sovrastante Madonna degli Angeli e il mare, che vidi (il gatto) Giacomino appostato tra l’erba alta della vegetazione costiera, scappò via veloce appena mi scorse.
Aveva scelto, a suo modo, la sua libertà.
Continuavano le stagioni ad alternarsi, senza tregua. Quell’inverno ci regalò la neve, inusuale per noi, quasi sconosciuta, così tanta.
La terra coperta di neve, gli alberi coperti di neve, il braccio del porto e le navi coperti di neve. Tutto copriva la neve, uniformando gli elementi in un senso interiore di pace, circondato dall’azzurro del mare.
Fu allora, ricordo, che trovammo un pettirosso, infreddolito e spaurito nell’inconsueta nevicata, che custodimmo al caldo con la stessa cura d’un bambino che non riuscì a sopravvivere: lo seppellimmo presso l’albero del fico dentro un salvadanaio di legno color celeste, chiuso a chiave, mentre continuava la neve a scendere, a render bianco anche quel piccolo sepolcro".

Antonio Ragone (dal racconto “Il gatto d’un regno lontano” inserito nell’Antologia “Con gli occhi di un gatto” Ed. Akkuaria 2007 - poi in "Riverberi vietresi" Ed. Akkuaria 2012)

Leggi la bella poesia e la sua parafrasi La danza della neve di Ada Negri: clic qui:

1 febbraio 2010

HORIZONTE DI FERNANDO PESSOA (RIELABORAZIONE DI ANTONIO RAGONE)

Fernando António Nogueira Pessoa, poeta molto amato dalla mia amica poetessa Vera Somerova, nacque a Lisbona il 13 giugno 1888 e morì nella stessa città il 30 novembre 1935. Conosciuto come il poeta dell’inquietudine, forse per questo scomponendosi in tante altre personalità, note come eteronimi, ovvero personaggi che pur coesistenti con l’autore, sono completamente diversi da se stesso vivendo un’altra propria vita, a differenza degli pseudonimi, che sostituiscono semplicemente il vero nome dell’autore. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese.

Numerose sono le sue frasi celebri, vi propongo questa:


"Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità."




HORIZONTE


Il mare davanti a noi, le tue paure
e queste spiagge d’alberi di corallo.
La notte e la sua nebbia hanno svelato
le mie tempeste misteriose del passato,
fiore dischiuso all’estremità degli astri
che irraggiavano le navi dell'iniziazione.

Orizzonte linea inflessibile di sognante costa
s’avvicina la nave verso il declivio
dell’estremità d’inesistenti alberi;
s’apre una terra più stretta, nuovi suoni e colori
e nuova terra con uccelli e fiori,
oltre la linea di gran lunga astratta.

Allora sognare immaginando forme invisibili
e incalcolabili lontananze e con sensibili
desideri di risolute speranze,
cercare oltre la fredda linea dell'orizzonte
l'albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello e la sua fonte
e i conquistati baci della Verità.


Fernando Pessoa

(© rielaborazione di Antonio Ragone)

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