29 novembre 2009

ADRIANA PASSARI (ondadigrano): SULLA POESIA DI PASTONCHI



La poesia è semplice, sembra semplice, eppure racchiude in sé gli echi di una cultura millenaria, e, forse, soprattutto, una parte del mistero dell'esistenza. Nel Museo dove lavoro, i giorni scorsi è stata inaugurata una mostra in cui compaiono alcune statuine dai 20.000 ai 5.000 anni fa... statuine di donne incinte, di DEE MADRI. Se l'Uomo preistorico, nel momento in cui comincia a produrre simboli e forme artistiche, nonché a esprimere il suo sentimento religioso, inizia con corpi di donne dee madri... e con questo celebra in qualche modo la vita, non è poi così peregrino che la figura della madre rappresenti "l'abbondanza" dell'Universo, i doni che continuamente riceviamo dalla vita. Il problema forse è che il Femminile e tutto ciò che ne consegue, (insieme alla cultura del dono e della Cura) non hanno molta voce né ascolto...


La"Venere di Laussel" risalente a 20.000 anni fa


26 novembre 2009

FRANCESCO PASTONCHI: CHE COSA È UNA MAMMA

Proseguendo il percorso di Adriana e il suo lodevole impegno per il suo progetto sull’importanza degli alberi, è risalita dai giardini della mia memoria questa poesia del poeta Francesco Pastonchi “Che cosa è una mamma”. Forse sono versi semplici, presentano una struttura poetica fragile, sono versi da sempre ignorati e sminuiti dalla grande critica letteraria, ma, pur condividendo, almeno in parte, tali considerazioni, voglio proporla per la sua forza evocatrice nel riportare alla mente e soprattutto al cuore cose che crediamo solo apparentemente trascorse e consegnate definitivamente al passato.
Ma per il poeta una mamma è come un albero grande che pur offrendo infiniti frutti non resta mai spoglio. È come una sorgente perenne, limpida e senza fango sul fondo. È come un mare pieno di tesori che ti accarezza e ti culla con le sue onde.

(Antonio Ragone)



CHE COSA È UNA MAMMA

Rititì lo vuoi saper tu
Che cosa è una mamma? Nessuno,
nessuno dei bimbi lo sa.
Un bimbo nasce e… va,
lo sanno, ma forse, ma tardi,
quelli che non l’hanno più.
Rititì, che pensi e mi guardi,
Rititì lo vuoi saper tu?

Una mamma è come un albero grande
che tutti i suoi frutti dà:
per quanti gliene domandi
sempre uno ne troverà.
Ti dà il frutto, il fiore e la foglia,
per te di tutto si spoglia,
anche i rami si toglierà.
Una mamma è come un albero grande.
Una mamma è come una sorgente.
Più ne toglie acqua e più ne getta.
Nel suo fondo non vedi belletta:
sempre fresca, sempre lucente,
nell’ombra e nel sole è corrente.
Non sgorga che per dissetarti,
se arrivi ride, piange se parti.
Una mamma è come una sorgente.

Una mamma è come il mare.
Non c’è tesori che non nasconda,
continuamente con l’onda ti culla
e ti viene a baciare.
Con la ferita più profonda
non potrai farlo sanguinare,
subito ritorna ad azzurreggiare.
Una mamma è come il mare.

Una mamma è questo mistero:
tutto comprende, tutto perdona,
tutto soffre, tutto dona,
non coglie fiore per la sua corona.
Puoi passare da lei come straniero,
puoi farle male in tutta la persona.
Ti dirà: "Buon cammin, bel cavaliero!"
Una mamma è questo mistero.

Francesco Pastonchi è stato un poeta italiano, nato a Riva Ligure, provincia di Imperia, il 31 dicembre 1874, ed è morto a Torino il 29 dicembre 1953.



22 novembre 2009

ADRIANA PASSARI (ondadigrano): UN PROGETTO PER GLI ALBERI

Sempre a proposito di alberi, vorrei aggiungere la parte finale di un’antica preghiera lituana e due poesie scritte da due ragazzini di seconda media, nella cui classe, ho fatto un lavoro da esterna, alcuni anni fa. Si tratta di un progetto approvato dal MIUR per il quale ci sarebbero anche dei fondi (pochi). Se tra i lettori ci fosse qualche insegnante interessato può contattarmi in privato ondadigrano@hotmail.it. (Se ragazzini di 11, 12 anni riescono a scrivere queste cose,si può godere dell’intima soddisfazione di non avere seminato invano…).



Non permettere che io tagli alcun albero senza una sacra necessità. Non permettere che calpesti alcun campo fiorito. Concedimi di piantare sempre alberi, perché gli dei guardano con benevolenza coloro che piantano alberi lungo le strade, in casa, nei luoghi sacri, agli incroci e presso le abitazioni.

Quando ti sposi pianta un albero nuziale. Quando un bimbo nasce, pianta un albero. Quando una persona che ami muore, pianta un albero per la sua anima.
In ogni festa, in tutte le occasioni importanti, fa
visita agli alberi.
Le preghiere sono accettate con gratitudine dagli alberi. Così sia.


(Parte finale di un'antica preghiera lituana)


L'ALBERO

Come un intermediario tra il vuoto e il pieno

Fra la terra e l’aria

L’albero si estende

Verso l’ alto e verso il basso.

Con i rami sembra quasi si afferri al sole

E più essi si innalzano nell’immateriale,

tanto più la luce sfila da ogni gemma,

foglie verdi,

dove la rugiada trova riparo.

Intanto,

le sue radici si inoltrano nel buio.

Sentono le creature passargli sopra.

Traspirano l’umidità del terreno.

Avvertono la vita.

Si nutrono della morte.

Diego Maiolatesi



ALBERO

Vorrei essere come te

Immutabile, incorruttibile la tua bellezza,

le tue braccia inaridite

a fatica sostengono il candido peso:

eppure non si piegano.

Fisso lo sguardo su di te,

mi rapisce quell’intrico di rami

disegnato sul manto ceruleo;

mi sgomenta la tua potenza.

Vorrei essere come te,

che dal cielo non distogli mai lo sguardo,

sperimenti la sofferenza, la solitudine;

non sei immune dalla malattia e dalla morte

eppure non piangi e,

abbarbicato alle tue radici,

non hai paura.

I tuoi occhi mai smettono di cercare la luce.

Pietro Paolo C.

17 novembre 2009

ADRIANA PASSARI (Ondadigrano): SAI CHE GLI ALBERI PARLANO?

Sento di voler riprendere il discorso aperto da Antonio, a proposito di Francesco, anche se da una prospettiva diversa. Abbiamo parlato della ricerca, o del trovare l’essenza. Nella sua “nudità” Francesco ha trovato una ricchezza altra, una pienezza, che solo lo svuotarci, il liberarci dai tanti orpelli, possono darci.

Ha scoperto, o incontrato, la fusione con il creato, e le singole creature. Con sorella acqua, con fratello sole, fratello lupo, sorella morte…

E questa essenzialità piena, straripante, ce la ripropongono molte culture che non hanno (ancora, o non avevano) “abiurato” il contatto con la natura, permeate da un profondo senso del sacro.

Vorrei proporre qui, pertanto uno stralcio di un brano di Isaia tratto dalla Regola Camaldolese, uno da una raccolta sui Nativi americani e uno di San Bernardo da Chiaravalle. Ad ognuno le proprie considerazioni…
Adriana


“Pianterò, Egli dice, nel deserto, il cedro e il biancospino, il mirto, l’olivo, l’abete, l’olmo e il bosso”. Se dunque desideri di possedere di questi alberi in abbondanza o se brami di essere tra loro annoverato tu chiunque sii, studiati di entrare nella quiete della solitudine. Quivi infatti potrai possedere, o diventare tu stesso un cedro del Libano che è pianta di frutto nobile, di legno incorruttibile, di odore soave: potrai diventare, cioè, fecondo di opere, insigne per limpidezza di cuore, fragrante per nome e fama; e come cedro che si innalza sul Libano, fiorire di mirabile letizia Potrai essere anche l’utile biancospino, arbusto salutarmene pungente, atto a far siepi, e varrà per te la parola del profeta “sarai chiamato ricostruttore di mura, restauratore di strade sicure”. Verdeggerai altresì come mirto, pianta dalle proprietà sedative e moderanti; farai cioè ogni cosa con modestia e discrezione, senza voler apparire né troppo giusto né troppo arrendevole, così che il bene appaia nel moderato decoro delle cose. Meriterai pure di essere olivo, l’albero della pietà e della pace, della gioia e della consolazione. Potrai essere abete slanciato nell’alto, denso di ombre e turgido di fronde, se mediterai le altissime verità, e contemplerai le cose celesti, se penetrerai, con l’alta cima, nella divina bontà: “sapiente delle cose dell’alto”. E neppure ti sembri vile il diventare olmo, perché quantunque questo non sia albero nobile per altezza e per frutto, è tuttavia utile per servire di sostegno: non fruttifica, ma sostiene la vite carica di frutti. Finalmente non tralasciare di essere bosso, pianticella che non sale molto in alto ma che non perde il suo verde, così che tu impari a non pretendere d’essere molto sapiente, ma a contenerti nel timore e nell’umiltà e, abbracciato alla terra, mantenerti verde. Tu dunque sarai un Cedro per la nobiltà della tua sincerità e della tua dignità; Biancospino per lo stimolo alla correzione a alla conversione; Mirto per la discreta sobrietà e temperanza; Olivo per la fecondità di opere di letizia, di pace e di misericordia; Abete per elevata meditazione e sapienza; Olmo per le opere di sostegno e pazienza; Bosso perché informato di umiltà e perseveranza.”
Isaia 19,41

Sai che gli alberi parlano? Sì, parlano l’uno con l’altro, e parlano a te, se li stai ad ascoltare. Ma gli uomini bianchi non ascoltano. Non hanno mai pensato che valga la pena ascoltare noi indiani, e temo che non ascolteranno nemmeno le altre voci della natura. Io stesso ho imparato molto dagli alberi: talvolta qualcosa sul tempo, talvolta qualcosa sugli animali, talvolta qualcosa sul Grande Spirito.
Tatanga Mani (bisonte che cammina)

Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce t'insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà.
S. Bernardo da Chiaravalle

10 novembre 2009

CARLO BETOCCHI: L'ESTATE DI SAN MARTINO

Carlo Betocchi nacque a Torino il 23 gennaio 1899 e morì a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986.
“L’Estate di San Martino”, uscito nel 1961, è sicuramente la raccolta che rappresenta la sua più alta definizione poetica, dove malinconie e speranze possono nascere da una immagine popolarmente acquisita, quando, nel segno di quei giorni d’ultimo sole che precedono l’inverno, s’intravede la fine di un tempo umano per riproporsene un altro, più avvertito e forse sperato. Allora anche qui si eleva dalle radici dell’essenza umana il ri-cordare - letteralmente, riportare al cuore - le dormienti memorie che improvvise si ridestano per fondersi con la consapevolezza di un nuovo ciclo vitale che il poeta affida ai versi “Per cui” l’ultima sua poesia raccolta in volume nell’imminenza degli ottanta anni.
Di questa raccolta vi propongo la poesia "Memorie comuni"; la poesia che dà il titolo a tutta la raccolta la trovate qui.









MEMORIE COMUNI

Quella era vita da poveri.
Non avevamo pensieri
che da poveri. Come mangiare,
domani; e speranze
che mitigavano l’affanno.
Oh l’affanno era ricco
di speranze. Pareva un campo,
tra il sì e il no, quando
lo guarda il contadino,
dubbiando, ma altri, che passi,
si rallegra delle farfalle.
Nelle diverse prospettive,
vivendo la nostra vita
da poveri, chi noi fossimo,
e ricchi di quali parole,
nessuno sapeva.
Si maturava la ricchezza
del semplice vivere
di qualche lavoro,
di patimento e di speranza.
E il suo volto era remoto,
e il più remoto Iddio
era quello che pregavamo.


PER CUI

Per cui
un vecchio come me s’alza dalla sua
sedia senza vacillare e si guarda
d’intorno. E s’accorge, senza averne
spavento, che il tempo scivola come
rena, e che il nuovo è tutto da venire
ancora tutto da venire: e sente
dire in sé sommessamente, dalla vita:
siamo parte dell’humus che prepara
il futuro, noi che ce ne andiamo.

6 novembre 2009

EDOARDO CILLARI: MOMENTI DI RIFLESSIONE

L’alluvione del 1954, bellissimo l’intervento di Antonio, poesia da brividi. Ricordo che, a casa, quando la mia era una famiglia numerosa, mi parlavano spesso dell'evento, e non potevo non volare con la fantasia per cercare anche solo di percepire come maestoso e terribile possa essere stata la furia della natura, che rende l'uomo piccolo piccolo. Poi le varie tragedie di ordine idrogeologico, ultima quella di Messina, mi hanno fatto anche capire che, alla furia incontrollabile di madre natura, spesso anche l'uomo, come successe a Bracigliano e Sarno nel 1998, ci mette del suo, ed allora allo sgomento si assomma la rabbia, e sembrano anche un po’ sterili i discorsi del tipo "quando mai l'uomo imparerà che..." e un florilegio di bla bla bla… mi viene da pensare che se l'uomo non ha realmente imparato niente da Auschwitz e da Hiroshima, ben difficilmente imparerà dalle alluvioni.
E qui appare funzionale e suggestivo legare questa mia riflessione a quella di Adriana quando afferma, a commento del delicato e bellissimo brano
“Luci di Gubbio” che è “nei momenti di crisi che ci spogliamo degli orpelli e l’essenza si impone”. Verissimo e profondo. Fino a toccare la propria “essenza”.
La vita è militanza, nei tempi antichi c'era l'immagine del cristiano "miles" che, aggrappandosi alla speranza che non tutto sarebbe finito in questa vita, grazie al sacrificio di Gesù Cristo, portava avanti la sua militanza con tutte le implicazioni, sofferenze, delusioni, catastrofi naturali, torti, ingiustizie, che essa comportava, conscio pure della testimonianza del Figlio di Dio, cui il Padre non aveva risparmiato nulla, ma che si stagliava al centro dei tempi affermando che la Morte, con le sue orrende conseguenze, ma col pensiero fisso al "non prevalebunt", non avrebbe avuto l'ultima parola. Rivoluzione delle rivoluzioni.

4 novembre 2009

ANTONIO RAGONE: FRANCESCO D'ASSISI


Ho letto il brano di Adriana, denso di significato umano e spirituale, e il commento della nostra amica lettrice Emanuela, che ringraziamo per la sua partecipazione e testimonianza.

Ho pensato di proseguire il cammino di Adriana.
L’estate scorsa ho visitato i luoghi di Francesco in quella verdeggiante terra d’Umbria.
Ho rivisto Francesco.
Ad Assisi, nella piazza principale, ho assistito alla sua spogliazione e ho avvertito come la nudità umana sia così alta e spirituale fino ad essere confusa con la pazzia.
A San Damiano l’ho udito parlare con i tanti passerotti che volteggiavano sulla chiesa e nei suoi dintorni, posandosi tra gli alberi d’ulivi e sui prati.
A Santa Maria degli Angeli l’ho visto faticare mettendo pietra su pietra per costruire la povera chiesetta della Porziuncola.
Ho sentito l’intima necessità di posare le mie mani su quelle pietre.
Ho udito il suo messaggio, ho avvertito la delusione di come tutti tanto parlano del messaggio di Francesco e come tutti siamo lontani dall’imitarlo.
Mi ha fatto male.
È amaro bere al calice dell’ipocrisia.
La spogliazione di Francesco è un tentativo di ritorno alle nostre origini ove riprenderci la nostra vera essenza.


Antonio Ragone

1 novembre 2009

ADRIANA PASSARI: LUCI DI GUBBIO

Ancora un modo di accostarsi alla terra delle nostre radici, in cui, come abbiamo visto in ogni brano, la polarità morte-vita, e la continuità del tempo, si intrecciano. In questo racconto breve, pubblicato da Akkuaria in una raccolta sulle città d'Italia, vita e morte sembrano essere lì, insieme, sul crinale della collina, quasi in dissolvenza...



Gubbio, città di pietra, di ulivi e di fichi racchiusi dai muretti degli orti.

Quando arrivi da Perugia la scopri dalla cima della collina, ferma, bella nel suo Medio Evo intatto e bianco.
E il monte dietro, che le fa da sfondo e cornice.
Sulla pelle cominci ad avvertire la Storia.
Ti fai pellegrino di un tempo fuori dal tempo, sei vicino a Francesco, puoi vedere con i suoi occhi, e con lui entrare in città.
Ma puoi essere anche un viaggiatore dell’antica Roma, arrivare, sederti sulle gradinate del teatro, e
ascoltare Plauto, Terenzio, o Euripide… mentre godi il vento fresco della gola dell’Iridio
[1], e tornare indietro, indietro, in una terra popolata di dinosauri.
Gubbio è questo, e tanto altro insieme.
È la folla colorata della Festa dei Ceri, che assicura alla città continuità e prosperità attraverso l’energia sprigionata dalla corsa degli uomini, antica benedizione pagana, lungo strade e vicoli.
E il silenzio di angoli nascosti, tutti da scoprire; le piccole edicole, ricordo vivo di una devozione antica, che si aprono discrete sui muri.
È il sorriso pacato e bonario delle persone nei negozi e nelle strade.
E poi Natale… Gubbio e il suo albero grande, che illumina i fianchi della montagna, garante del ciclo del tempo.
E a Natale tornava a casa il mio amico dall’Ospedale di Perugia, sul lettino dell’ambulanza.
Nel suo cuore, e nei suoi occhi, la certezza del tempo e dell’eterno ritorno quell’anno era un po’ meno certa.
L’autista, un ragazzo magro, alto, silenzioso, lo colse con uno sguardo.
Partirono, senza una parola, ciascuno chiuso nei suoi pensieri.
Ma quando fu sulla collina, in vista di Gubbio, il ragazzo rallentò, poi, trovato uno slargo si fermò, girò l’ambulanza e spalancò le porte.
L’uomo disteso sul lettino la vide: la Sua città e l’Albero.
Un attimo: gli anni della sua vita, tutti insieme, come perle preziose, riflessi in quelle luci.

Una lacrima leggera.
Una gratitudine profonda .
Lentamente, il ragazzo richiuse le porte.
Senza una parola, ripresero il cammino.
Nel vano dell’ambulanza qualcosa splendeva.



[1] La Gola dell’Iridio (o del Bottaccione) è conosciuta in geologia come possibile testimonianza della caduta di meteoriti che avrebbero causato l’estinzione dei dinosauri.

Adriana Passari

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